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Libero Grassi e le pantofole che misero paura alla mafia (con podcast)

Ci sono uomini che di fronte agli ostacoli cercano soluzioni per aggirarli, altri, spaventati, tornano indietro e poi ci sono quelli che non si fermano e che, quegli ostacoli, provano ad abbatterli, per liberare non solo il proprio cammino ma anche quello degli altri.
Quando a Libero Grassi chiesero denaro in cambio di protezione per la sua ditta, la Sigma, gli tornò alla mente il 1942, quando entrò in seminario per non combattere la guerra ingiusta delle truppe nazi-fasciste; quasi 50 anni dopo, fu lui stesso a dichiarare una guerra.

La richiesta del “contributo”, come la chiamavano quei due, fu uno schiaffo terribile per Grassi: la Sigma era la sua creatura, il più grande dei suoi figli e mai avrebbe potuto cedere ad un simile ricatto. Pagare, sarebbe stato umiliante, un modo come un altro per cedere le chiavi dello stabilimento tessile alla Mafia!
Il rifiuto avviò le rappresaglie tipiche del modus operandi mafioso: telefonate minacciose, atti vandalici e attentati alla proprietà.
Siamo negli anni ‘90 a Palermo e la Mafia è un’entità invisibile però maledettamente concreta: nessuno ne parla, nessuno la vede e tutti obbediscono; una sorta di catena alimentare: in cima i taglieggiatori che si nutrono, come parassiti, dei guadagni leciti degli imprenditori con la scusa di offrirgli protezione.
Tutti pagano, tutti stanno zitti e nessuno fa niente. Meglio tenere la testa bassa, pagare, pregare e sorridere. Libero Grassi però, non ce la faceva proprio a sorridere; non riusciva a tollerare quella richiesta da 50 milioni (di lire)! Un pensiero che lo faceva stare seduto. Con quale coraggio quei delinquenti, anzi no, quelle COSE INUTILI erano venuti a fargli una proposta del genere?

Nei giorni successivi al rifiuto le cose cominciarono a farsi complicate e la tentazione di darsi per vinto sarebbe stata irresistibile per chiunque. Per chiunque, ma non per Grassi che decide di non chinare la testa e continuare ad essere un uomo senza padroni e, come detto, forte al punto da dichiarare una guerra senza quartiere alla Mafia. La attaccò sia sul piano giuridico, denunciando il tentativo di estorsione alle autorità, sia su quello ideologico, sfidandola pubblicamente con una lettera aperta sul Giornale di Sicilia, dal titolo: “Caro estortore”. In quelle pagine del 10 Gennaio 1991, oltre a confermare nettamente il rifiuto, Grassi compie qualcosa di rivoluzionario, folle per le logiche dell’epoca: urlare i nomi dei suoi aguzzini. Solo chi ha vissuto e respirato la Palermo di quel periodo capirà nel profondo cosa significhi un gesto così eclatante: per una volta qualcuno aveva messo a nudo la Mafia.

Le reazioni non tardarono ad arrivare e fecero davvero male. Mentre in Italia si formava un movimento di opinione in favore dell’imprenditore, la sua terra, gli voltò le spalle. Il presidente di Sicindustria Salvatore Cozzo definisce la denuncia di Grassi una “tammuriata” che scredita l’immagine degli onesti imprenditori siciliani. Un giudice di Catania poi, tale Luigi Russo, arriverà a stabilire in una sentenza che non è reato pagare il pizzo, anzi, quasi fosse un costo che le imprese siciliane debbono preventivare.

Libero Grassi non si ferma, dai più importanti prosceni televisivi continua ad attaccare il nemico ma è chiaro a tutti l’abbandono al proprio destino. Anche se i suoi estorsori sono stati arrestati, qualcuno verrà a presentargli il conto ma, fino ad allora, più persone possibili dovranno sapere, dovranno prendere coscienza che la Mafia può e deve essere sconfitta. Che chi deve “calare le corna” non sono i cittadini onesti ma loro, parassiti di una società che non riesce a reagire.

Passano i mesi, i riflettori sulla vicenda cominciano progressivamente a spegnersi e Grassi, che non ha mai accettato la scorta offerta dallo Stato, è sempre più solo. Il 29 Agosto la Mafia decide di fare la sua mossa: l’imprenditore che aveva avuto la forza di dire di no, viene raggiunto da 5 colpi di pistola sotto casa. Aveva 67 anni e di lui, resta un manifesto sbiadito.

Quello che accadde dopo, le medaglie, le trasmissioni televisive, il cordoglio e il senso di colpa sono un’appendice di ipocrisia ad una morte che poteva e doveva essere evitata.

Libero Grassi, un uomo perbene sfidò un mostro che sembrava invincibile e meritava di meglio; aveva scelto il seminario per non combattere una guerra si ritrovò a farne una.

Con le sue parole, troviamo l’ispirazione per non doverci piegare mai più:

«Volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere. Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui.»

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