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Serlone II d’Altavilla: l’eroe dimenticato

Serlone e Brachi non erano amici, erano fratelli; siamo in sicilia intorno all’anno mille, la lotta tra normanni e saraceni infuria ed è impensabile anche solo pensare alla parola Pace. Serlone alias Serlone II d’Altavilla è un invincibile guerriero normanno su cui si narrano storie dai contorni sempre più leggendari. Tra queste, si racconta che nella battaglia di Cerami, capeggiando un drappello di soli 36 cavalieri riuscì nell’impresa di annientare un’armata di oltre tremila nemici.

Brachi, il cui vero nome è Ibrahim, è un soldato musulmano. Sono tempi difficili quelli intorno all’anno 1000 in Sicilia: se vieni catturato dalla fazione nemica, l’unica cosa che puoi fare è pregare che ti venga concessa una morte rapida. Non c’è alcuna possibilità che le cose finiscano diversamente. Così quando Brachi viene fatto prigioniero da una squadriglia di soldati normanni sa bene qual è il suo destino: morire per mano degli infedeli.

Non si sa bene quale divinità si sia mossa a compassione o quale capriccio abbia mosso il destino ma, poco prima che giustizino Brachi, arriva Serlone e gli salva la vita.

Chiunque altro provasse a fare una cosa simile farebbe compagnia sul patibolo al saraceno ma lui è il valoroso Serlone d’Altavilla e nessuno può contraddirlo.

Quasi incredulo che la sua testa  sia rimasta attaccata al corpo, Brachi si getta ai piedi di Serlone e gli giura imperitura fedeltà. Arrivano addirittura, mediante il rito del tirarsi le orecchie, a diventare fratelli adottivi: un normanno e un saraceno!

Sebbene nessuno osi dire in sua presenza qualcosa, le critiche sulla scelta dell’erede del casato degli Altavilla crescono a dismisura. Nessuno si fida di Brachi: è un saraceno e non appena sarà possibile pugnalerà alle spalle Serlone mostrando a tutti che non ci si può fidare di loro.

Al normanno le chiacchiere non interessano. Lui è un uomo d’onore e trova inconcepibile che qualcuno possa dubitare del suo fratello adottivo: la fede li divideva, la misericordia e l’onore li uniscono in un vincolo che nemmeno l’Altissimo potrà spezzare.

Il destino sa davvero essere beffardo. Non sappiamo se faccia tutto parte di un piano iniziale o semplicemente ad un certo punto Brachi apre gli occhi sulla realtà: lui è un musulmano, un saraceno che combatte per la gloria del Profeta e Serlone è lo sterminatore della sua gente, l’uomo più temuto tra le fila del sultano. In quella calda estate del 1072 Brachi lo avvisa che una pattuglia di sette cavalieri arabi sarebbe andata da Cerami ad Enna. Serlone non attende un istante e balza a cavallo per andare ad intercettarli insieme ad un piccolo manipolo di compagni. Pregusta già una vittoria lampo ma sopratutto la possibilità di zittire, una volta per tutte, chi ancora dubita di suo fratello.

Ma una volta arrivato nei pressi della cittadina di Nissoria lo spettacolo che gli si presenta davanti lo lascia tramortito. Non si tratta di una pattuglia di cavalieri, ma di un reggimento di oltre tremila soldati. In poco tempo viene avvistato dalle vedette e tutta quell’immensa massa di uomini si muove verso di lui con un solo scopo: ucciderlo nel modo più doloroso possibile.

Nonostante la consapevolezza di essere stato tradito dall’uomo che considerava un fratello, Serlone che riesce a rompere l’accerchiamento e riparare su una rupe sulla riva sinistra del fiume Salso. Con le forze centuplicate dalla rabbia per aver visto la sua fiducia derisa sfrutta la posizione sopraelevata per un ultimo, disperato tentativo di difesa. Sa bene che non uscirà vivo da quella valle ma, prima di andare al cospetto di Dio, ucciderà più saraceni possibili.

Nonostante i suoi sforzi e il considerevole numero di nemici abbattuti, il numero degli aggressori e troppo soverchiante. Ben presto i suoi compagni cadono uno dopo l’altro e lui rimasto solo non può far altro che morire urlando la sua rabbia verso chi lo ha tradito.

Ciò che accade dopo testimonia quanto Serlone fosse temuto e quanto significhi la sua morte per i guerrieri saraceni. Il suo cuore viene divorato per assorbirne il coraggio e la forza e la sua testa viene messa su una picca e fatta sfilare per le vie di Castrogiovanni: la Sicilia diventerà araba e questa vittoria lo dimostra!

L’eco della morte di Serlone arriva fino a Palermo, alla corte normanna. I fratelli giurano vendetta ma prima occorre rendere onore alle povere spoglie lasciate in balia degli animali. Giunti sul luogo dove il più grande degli Altavilla combatté l’ultima battaglia giurano vendetta e incidono su quella rupe di arenaria che raccolse gli ultimi istanti di vita dell’eroe normanno una gigantesca croce. Da quel momento quell’anonima roccia nella valle del Salso diventa la Pietra di Serlone.

Almeno fino agli anni 60 del secolo scorso. Il terreno su cui si ergeva e che da quasi un migliaio di anni portava la testimonianza di questa vicenda viene ceduto ad una ditta di estrazione di pietra arenaria e la Storia è costretta a cedere il passo agli affari: la rupe viene distrutta e con essa sparisce la traccia di uno dei più grandi combattenti del periodo normanno. Guerriero implacabile, uomo misericordioso, amico tradito.

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