Ruud Gullit

Ruud Gullit: la pantera coi rasta

Ruud Gullit insieme a Marco Van Basten, Frank Rijkaard e Angelo Colombo fa parte di quella schiera di calciatori che hanno incantato una generazione intera di ragazzi cresciuti col mito dell’Olanda, del Milan di Sacchi e dei cappelli che simulavano una capigliatura dread chiamata appunto alla Ruud Gullit.

Ragazzi e non solo che sognavano, come accaduto ad Angelo Colombo, di ritrovarsi in uno spogliatoio con i più forti calciatori del momento e saperci giocare accanto prima di finire la carriera nel Marconi Stallions Footballs Club in Australia.

Quella di Rudi o Rudigulli come lo chiamavano a Palermo, è il sogno di una corsa gloriosa che ha raggiunto il suo culmine quando in una storica intervista l’allenatore di allora, Arrigo Sacchi, raccontò la dotazione migliore del suo calciatore “usava i bermuda perché non c’erano mutande abbastanza grandi per, diciamo così, contenerne la virilità”.

Rudigulli un saltatore straordinario sia fuori che dentro il campo di calcio, un atleta capace di sguisciare dalle grinfie di un avversario, dalle camere d’albergo e dai matrimoni con la stessa facilità di un commesso dell’Ikea ad una tua domanda.

Ruud Gullit disegnato da Anna Francesca Schiraldi la Malvagia

Con il Milan vinse qualsiasi cosa, compreso un pallone d’oro che dedicò a Nelson Mandela; Gullit difatti è stato anche un noto attivista per i diritti dei neri nonché autore di due singoli musicali di cui uno dedicato proprio al South Africa.

Uomo, calciatore e amante di successo, allenatore un po’ scarso, cuoco così così, religione 8, voto in condotta 10, Ruud è decisamente uno degli sportivi più amati del pianeta; se nascevi negli anni ’90, nero e con le treccine, automaticamente eri il nuovo Ruud Gullit.

Accadde così anche all’improvvisatissimo attaccante del Palermo, Ronald Hoop detto Hula Hoop, che, con l’atleta della nazionale olandese condivideva la provenienza, la capigliatura e che oggi ha decisamente svoltato la sua vita trasformandosi in un benzinaio. Una fine migliore di quella che gli toccò sul campo, che vide per 7 volte, riuscendo nell’impresa di far rimpiangere Mark Dittgen, detto Stitichen, attaccante tedesco arrivato con più premesse e promesse di un matrimonio cattolico e rivenduto il campionato successivo al prezzo di due caramelle offerte come resto e una scomunica dal calcio italiano.

Ruud Gullit invece, era così forte, elegante, prestante e potente, che se non l’avessi visto giocare, non avrei mai amato il calcio, le donne, le treccine del panificio, i baffi da messicano, la maglia numero dieci, i grandi classici del porno e le dormite in aeroporto.

Ruud, la pantera coi rasta, è un uomo che avremmo tutti voluto essere! Persino Berlusconi…

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