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Giancarlo Siani: il giornalista che schiaffeggiava la camorra

Alcune storie vanno raccontate dalla fine per poterne comprendere l’importanza.

Un ragazzo sta guidando un’auto di un improbabile colore verde per le strade di Napoli in una calda notte di Settembre. Alla fine di una giornata di lavoro particolarmente stressante è appena arrivato a casa. Durante il tragitto ha pensato che finalmente i suoi sogni si stanno avverando: gli articoli scritti per il quotidiano Il Mattino gli sono valsi un contratto con lo storico quotidiano partenopeo e il libro, il suo primo libro, è ormai pronto per essere pubblicato.

Stanco ma soddisfatto, spegne il motore ma prima di scendere dall’auto intravede due sagome: la vita si interrompe con i colpi di pistola che squarciano il silenzio dell’afosa sera napoletana.

Quel ragazzo è Giancarlo Siani e la sua colpa è stata quella di cercare la verità.

Il terremoto in Irpinia del 1980 è stato lo spartiacque che ha permesso ad alcuni clan camorristici di fare un salto di qualità. Negli articoli per il Mattino, Giancarlo denuncia come si siano fatti stretti i legami tra la politica e Valentino Gionta, capo dell’omonimo clan.

Siani, seppur ancora giovanissimo, è un giornalista vecchia scuola: un segugio che quando fiuta la preda non la molla. Sa benissimo che le sue inchieste hanno lasciato il segno in ambienti pericolosi e che questo potrebbe avere delle conseguenze ma la cosa non lo ferma, anzi lo incoraggia ad andare avanti. Uno che da ragazzino aveva fondato il Movimento Democratico per il Diritto all’Informazione non si lascia intimorire facilmente.

Grazie al fiuto per le notizie e  al “battere” ogni pista, continua a infliggere colpi durissimi ai clan locali. Dalle colonne del suo giornale fa quello che ogni bravo cronista deve fare: informa, racconta una verità che tutti sanno ma che nessuno ha il coraggio di ammettere.

D’altronde lui la camorra la conosce bene, l’ha studiata e osservata da quando ha cominciato a scrivere di cronaca nera e ha collaborato con l’Osservatorio sulla Camorra.

Sono tempi duri quelli a Napoli: le tensioni tra la Nuova Camorra Organizzata di Cutolo e i vecchi clan stanno raggiungendo un apice che di lì a poco sfocerà in una guerra e l’ultima cosa che serve è un ragazzino che non riesce a stare zitto. Prima o poi bisognerà metterlo a tacere.

Le minacce cominciano ad arrivare, ma Giancarlo è testardo e non si ferma. Il 10 Giugno 1985 un suo articolo scuote dalle fondamenta la malavita napoletana e, probabilmente, sigla la sua condanna a morte. Nel pezzo Siani, analizzando l’arresto di Valentino Gionta, punta il dito contro i clan Nuvoletta e Bardellino: sono stati loro a fare in modo che il boss, diventato ormai ingestibile e troppo potente, venisse arrestato e poter così trovare un punto di incontro per meglio potersi concentrare contro gli uomini di Cutolo.

I Nuvoletta a far la parte degli “infami” agli occhi delle organizzazioni camorristiche non ci stanno: essere accusati di aver venduto un alleato è già un fatto grave, essere stati sbattuti in prima pagina è una catastrofe!

Siani diventa da quel momento un bersaglio. Ogni suo movimento viene seguito, studiato e annotato. Ne conoscono le abitudini, l’indirizzo di casa, il tragitto che fa per andare a lavoro e tornare a casa: è ormai questione di tempo e la faranno finita con quel giornalista rompiscatole.

Torniamo adesso all’inizio del nostro racconto, che è anche la fine di un giovane uomo coraggioso. Siamo a Napoli, in via Vincenzo Romanello: Giancarlo ha appena parcheggiato la sua Citroen Mehari sotto casa e si prepara a scendere, sono quasi le 9 di sera. Sarà per la stanchezza, per i tanti pensieri e progetti che gli affollano la mente o per la bravura di chi gli sta tendendo l’agguato ma lui non si accorge di nulla fino a che non è troppo tardi. Le sagome di cui abbiamo parlato si avvicinano in fretta e altrettanto in fretta si dileguano a bordo di una moto. L’esecuzione è brutale: Siani viene colpito da dieci colpi alla testa.

Ci vorranno dodici anni di indagini e processi per dare un nome a mandanti e sicari ma, dopo oltre trent’anni, ancora tanti dubbi avvolgono la sua morte.

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