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Marco Pantani: il Pirata triste

Il Giro d’Italia è una corsa strana: è capace di portarti nell’Olimpo dei più grandi o di gettarti nel mucchio di quelli che non ce l’hanno fatta.

È un amante esigente, egoista che difficilmente si concede. Alle volte però cede, e il suo favore, ti consegna all’eternità.

Dal 2004 la tappa di montagna con la salita più impegnativa, quella che ti fa desiderare di aver scelto un altro sport per quanto è faticosa, prende il nome di Montagna Pantani.

Marco Pantani, che tutti conoscono come “Il Pirata”, quest’onore se l’è meritato con il sudore, la fatica e il dolore. È uno di quelli che si è sudato tutto ciò che ha ottenuto; grazie all’impegno e alla forza di volontà ha superato i momenti più difficili anche quando nessuno riusciva più a farlo.

Marco non è solo un ciclista: è un pungolo per tutti quelli che, schiacciati dalle difficoltà pensano di mollare perché no, non ne vale la pena soffrire così.

Quando credete che la vostra vita faccia schifo fate un salto al 1995:

immaginate di avere dato spettacolo nelle due grandi corse a tappe appena l’anno prima, di essere arrivati secondi al Giro d’Italia e terzi al Tour de France;

il mondo del ciclismo è pronto ad accogliervi come uno di quelli che scriverà la storia di questo sport per gli anni a venire.

Siamo in primavera, il periodo in cui i ciclisti “mettono benzina” nelle gambe in vista dei grandi appuntamenti.

 Durante un allenamento viene investito da un’auto ed è costretto al ricovero dovendo dire addio al Giro d’Italia.

La mazzata è di quelle che pesano ma Pantani e la sfortuna danzano insieme da una vita. Non è il primo incidente della sua carriera e non si lascerà smontare da un imprevisto.

Si rimette in sella non appena i medici lo dimettono e mette nel mirino il Tour de France: la corsa in terra francese, dopo averlo consacrato a livello internazionale l’anno prima, gli restituirà quello che la sfiga gli ha tolto.

Marco continua a soffrire i postumi dell’incidente ma non molla. La rabbia e la forza di volontà lo portano tra i primi 10, con buone possibilità di ambire ad un piazzamento sul podio.

Lentamente ma inesorabilmente riesce ad erodere il distacco dal leader della corsa ma qui, ancora una volta, subentra la sfortuna.

Il 18 luglio Fabio Casartelli muore in un incidente causato da una caduta di gruppo durante una discesa. La gara va avanti ma non per Pantani:

ha staccato la spina. Si piazza 13esimo nella classifica finale ma non gliene frega nulla.

 È morto un ragazzo, un amico, e loro hanno continuato a correre.

Nonostante questo, per il secondo anno consecutivo, vince la maglia bianca che è il riconoscimento dato al miglior giovane del Tour.

Dopo tante amarezze, il maledetto 1995 sembra finire bene per Marco: il terzo posto ai mondiali di Ciclismo in Colombia sembra solo l’antipasto di quello che sarà la prossima stagione.

Sembra ma non è così.

Durante la Milano-Torino viene investito insieme ad altri corridori da un fuoristrada: tibia e perone fratturati e per diverse settimane il rischio di dover addio al ciclismo e forse anche alla gamba.

Il Pirata, come lo chiamano i tifosi per il suo look, non si arrende nemmeno davanti a questa ennesima botta: dopo poco più di 5 mesi è di nuovo in pista e riprende a correre, più forte di prima.

 Non importa quello che la vita continua a scagliargli addosso, lui continua a correre. Deve farlo.

Questo la gente lo sente e per questo lo ama. Sempre di più.

Facciamo adesso un salto al 1998. Questo è l’anno migliore della carriera di Pantani. Per una volta la sfiga lo lascia in pace ed è libero di concentrarsi solo sulla vittoria.

Riesce a vincere sia il Giro che il Tour de France.

Erano 33 anni che un italiano non trionfava alla Grand Boucle.

Il Pirata diventa un fenomeno mediatico anche fuori dall’ambito sportivo: giornali, riviste, televisioni. Tutti lo vogliono, ne parlano, lo copiano.

 La sua Cesenatico è meta di pellegrinaggio per gli appassionati che sperano di incontrarlo e strappargli un autografo.

Marco sorride e si gode tutto questo affetto. Dopo tanta fatica e delusioni si sente pronto per segnare un’epoca del Ciclismo.

Non succederà

Il 5 giugno del 1999, viene sospeso dal Giro d’Italia a causa di valori fuori norma: era in maglia rosa.

L’immagine del Pirata che lascia la corsa mentre è circondato da una folla di giornalisti lascia ancora oggi una sensazione dolorosa in chi si ritrova a guardarla.

Sulla presunta positività al doping si dice tanto, forse troppo. Come troppi sono gli aspetti poco chiari di questa storia.

 Purtroppo, non saranno gli ultimi misteri che lo riguarderanno.

A detta di tutti la sua carriera finisce in quel momento.

Torna a gareggiare, ma non è più lo stesso. Troppe domande senza risposta gli impediscono di concentrarsi sulle gare.

Si sente vittima di un complotto e non sa darsi pace.

Sprofonda in un abisso di depressione, tradito e abbandonato da quel mondo a cui ha dedicato tutto sé stesso.

Nel febbraio del 2004 viene trovato morto in una camera di un residence di Rimini. L’autopsia parlerà di un’overdose da cocaina e psicofarmaci ma, sono troppe le circostanze che lasciano lecito spazio al dubbio e ancora oggi sono oggetto di inchieste.

La sua morte lascia sgomenta l’Italia intera. La stessa che lo ha prima idolatrato e poi abbandonato accusandolo di essere un dopato, uno che bara.

Il peso è stato troppo forte anche per uno come Pantani ed è lui stesso a dirlo in una dichiarazione del 1999 e che alla luce di quanto accadrà dopo è tristemente profetica: «Mi sono rialzato, dopo tanti infortuni, e sono tornato a correre. Questa volta, però, abbiamo toccato il fondo. Rialzarsi sarà per me molto difficile.»

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