Charles Bukowski

Charles Bukowski: il capitano di una nave che non affonda

Di capitani nella vita ne abbiamo conosciuti tanti, pure troppi; Franco Baresi, Capitan Findus, Capitan Fracassa, ma il vero, unico, capitano, resterà sempre lui: Charles Bukowski.

Lo so, vi starete adesso chiedendo ma capitano de che?

E calma, adesso ve lo diciamo!

Henry Charles “Hank” Bukowski Jr., noto con lo pseudonimo Henry Chinaski, suo alter ego letterario, o Charlie Birrowski per gli amici, è un poeta-scrittore, famoso ai più per essere associato suo malgrado, agli status Facebook delle persone più imbecilli della vostra lista di contatti.

Autore prolifico, legato alla corrente letteraria chiamata del “realismo sporco” e cioè quel realismo descritto senza troppi eufemismi, quindi non quello malvagio a cui stavate pensando voi, è infatti finito nella rete dei retwittatori seriali che non sapendo cosa scrivere affidano i propri pensieri e principalmente i loro selfie, al capitano della corrente dei coglioni incapaci di scrivere qualcosa.

Non è colpa sua, è evidente, però quelle parole frutto di una birra tra amici, nella testa dei seguaci, esprimono le stesse sensazioni, le stesse emozioni che si provano condividendo un selfie scollacciato e ammiccante ripetuto cento volte alla ricerca della giusta esposizione.

Scrittore di sessanta libri e migliaia di poesie, probabilmente morirebbe una seconda volta se fosse a conoscenza del risultato prodotto dal suo lavoro, eppure, questa “sfortuna” è anche la sua forza (semi cit.); è riuscito infatti a sopravvivere al destino triste dei poeti, grazie a gruppi meravigliosi come: “un po’ acida e un po’ melense”, “brutti ma buoni”, “un po’ triste e un po’ depressa”, “l’inconsistenza e l’incontinente bellezza dell’essere”, “l’eleganza del Pincio” e via discorrendo.

Nato in Germania, vissuto negli Stati Uniti, per anni è stato vittima di un tremendo bullismo per via del suo volto butterato e dei vestiti da femminiello che i genitori gli imponevano di indossare. Grazie ai fiumi di alcol in corpo e nelle opere, ha riscattato quell’infanzia, con una vita da amatore occasionale, forse da figlio di puttana, che in seguito ha raccontato, senza troppe censure, tra le più amate pagine dei suoi libri.

Charles Bukowski disegnato da Anna Fancesca Schiraldi la Malvagia

«Come cazzo è possibile che ad un uomo piaccia essere svegliato alle 6.30 da una sveglia, scivolare fuori dal letto, vestirsi, mangiare a forza, cagare, pisciare, lavarsi i denti e pettinarsi, poi combattere contro il traffico, per finire in un posto dove essenzialmente fai un sacco di soldi per qualcun altro e ti viene chiesto di essere grato per l’opportunità di farlo?»

(Bukowski sul lavoro, in Factotum)

Bukowski ha scritto anche cose buone, solo che non si recuperano facilmente in un sito di aforismi, per cui, ci toccheranno a vita riflessioni essenziali quali:

“Il mondo sarebbe un posto di merda senza le donne. La donna è poesia. La donna è amore. La donna è vita. Ringraziale, coglione!” oppure “A volte ho la sensazione di essere solo al mondo. Altre volte ne sono sicuro.” E ancora “Alcune persone non meritano il nostro sorriso, figuriamoci le nostre lacrime.”

Questa del sorriso poi, è una cosa che sarebbe ora che la finissimo per sempre di sottolineare. Del vostro sorriso, non importa niente a nessuno. Addio Charles, insegna agli angeli come twittare con una mano sola, mentre con l’altra, ci si spara una sega.

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Chiara Ferragni: l’inventrice del dolce saper fare niente come lavoro

Chiara Ferragni al tempo “Chiara Ferragni official page sono solo io”, secondo un pomposo documentario autoprodotto e presentato in prima serata su Rai 1 ma anche sui grandi schermi del cinema mondiale, prima di adesso, era una persona che si poneva un sacco di domande. Poi ha smesso, perché su instagram hanno inventato uno sticker che fa chiedere ai seguaci qualcosa a te.

La Ferragni è un fenomeno intercontinentale. Inutile girarci intorno; è bella, è intelligente, è colta, è sposata, ha un figlio, tra poco due e guadagna un sacco di soldi con un lavoro che s’è pure inventata da sola: non fare niente e insegnare agli altri come fare qualcosa.

Dopo l’invenzione del lavoro da influencer, tutti quelli che imitano Chiara, automaticamente, vengono etichettati appunto “influencer”; sono persone che hanno la capacità di trasmettere, si dice in modo convincente, la propria idea su un qualcosa che altrimenti non troverebbe soluzione. Sono in sostanza persone che indirizzano l’azione rispetto ad un determinato dilemma.

Ad esempio: non sai scegliere come pettinarti? Chiara Ferragni ti dice come ti devi conciare. Non sai come chiamare tuo figlio? Chiara Ferragni sì! Non sai che panino prendere al McDonald? Chiara, sceglie per te! Eccetera eccetera eccetera.

Certo, tutto questo ha un suo lato B e cioè che circa 2 milioni di persone all’unisono si pettineranno precisamente come te. E chi se ne frega! – penserai – tanto sono alla moda!

Solo che questo lo ha deciso uno che paga la Ferragni per dirti che l’unico modo di pettinarsi è questo e nessun altro.

Infatti, caro amic* (con asterisco) dovresti aver capito che alla fine non è Chiara a dirti come devi fare qualcosa, ma a sua volta è un qualcuno che anonimamente impone un modo di essere, di fare, di agire.

Solo che tu glielo fai fare e sei felice e content* (con asterisca).

La professione di influencer di questi tempi è la più ambita; milioni di persone si offrono su qualsiasi piattaforma sociale sperando arrivi il giorno in cui qualcuno vi metta nelle mani un prodotto, un’essenza o il destino di altre vite in cambio di denaro e la possibilità di dire al mondo che avete un lavoro. Un facile lavoro.

In qualsiasi momento della giornata postano e sperano!

Li vedi che si truccano, struccano, mostrano qualsiasi attimo della propria esistenza; se e quando scopano, se vogliono ancora scopare, se sono incinti, se soffrono di eiaculazione precoce o se c’hanno il ciclo, cosa leggono, cosa fingono di leggere e che musica ascoltano, cosa mangiano, cosa non mangiano, come vorrebbero vestirsi e come in realtà si vestono.

Non passa giorno che una casalinga, un operaio, uno studente, una mamma, un figlio di Papà, decidano di trasformare la propria vita in un Truman Show triste e deprimente.

Fotografano pietanze immangiabili, immagini di pietanze posti su piatti di plastica che sono così brutti che viene voglia di comprare al mercatino dell’usato una natura morta naif e appenderla in salotto. Con un volto irrealistico da clown, scattano selfie come soldati davanti ad una qualsiasi “challenge” virale promossa da altri improbabili influenzatori. Rispondono al richiamo della foresta e replicano.

Sono uomini e donne che piangono, si struggono, urlano, accusano i poteri forti ai quattro venti e costantemente tentano di espandere le proprie reti per sopravvivere; vivono il disagio più grande nel momento in cui vengono bannati dai sistemi di sicurezza delle piattaforme che li segnalano come spam per aver rotto i coglioni a chiunque con le richieste di amicizia e gli “inseguimenti”.

Passano le giornate a replicare la propria immagine umiliandosi con tag come “like4like”, che poi, diciamocelo è la versione meno nobile, quasi per disperati, del più classico dei “do ut des”.

Chiara Ferragni disegnata da Anna Francesca Schiraldi la Malvagia

Sono persone che trasformano i propri figli in uno spot demenziale di Ciccio Bello o la propria camera da letto in un set cinematografico, imponendo al mondo la visione di un catalogo di mobili shabby che farebbe invidia a “Mondo convenienza” oltre che la sofferenza dei loro bambini ridicolizzati.

Hanno cani e gatti consumati dalle coccole, stressati dalle centinaia di autoscatti e che, se potessero parlare, si augurerebbero la strada piuttosto che un’altra terribile effusione in favore di fotocamera.

Insomma, avrete capito da soli che il problema di tutta questa storia non è Chiara Ferragni, ma l’idea che chiunque possa pensare di essere Chiara Ferragni e vivere nel dolce saper fare niente, non sapendo nemmeno come si fa a non fare niente e facendosi pagare.

Grazie Chiara per aver reso visibili gli scemi della porta a fianco.

cBruce Springsteen: il Ligabue che ce l’ha fatta

Bruce Springsteen: il Ligabue che ce l’ha fatta

Boss è una parola che hanno in comune almeno tre categorie di persone: musicisti, mafiosi e datori di lavoro; di boss ne abbiamo conosciuti tanti, ma l’unico, eterno e inimitabile non è Totò Riina e neppure Oscar Farinetti, ma il solo e insuperabile Bruce Springsteen: la voce rauca del rock americano.

Chiamato da sempre il Boss, si racconta che veniva chiamato per le abilità stupefacenti che lo stesso avrebbe avuto nel gioco del Monopoli. E non stiamo scherzando.

Springsteen, nato a Long Branch che non è il finale scontato di un matrimonio tra una calabrese ed un napoletano, ma una cittadina del New Jersey, è l’uomo che ha inventato i concerti che finiscono per sfinimento e dei jeans strappati per calarsi in qualsiasi contesto.

Famoso per aver diffuso la parola born adoperandola in tutte le sue canzoni in stile writer innamorato del proprio nome, è anche il gestore di un’attività fiorente avviata qualche decennio prima da Elvis Presley: la raccolta indifferenziata di reggiseni.

Con 120 milioni di dischi venduti in tutto il mondo, 65 milioni solo negli Stati Uniti e una copia a Correggio, Bruce Springsteen è considerato un Luciano Ligabue con dieci anni di più, qualche abilità di scrittura e una buona voce.

Bruce Springsteen disegnato da Anna Francesca Schiraldi la Malvagia

Nel 1997 durante una tournee con tappa a Napoli, acclamato dai fan assediati sotto al teatro Augusteo, improvvisò un concerto da una finestrella; un evento che deluse tutti perché ci si aspettava una versione live di “’o latitante” al posto di un’improvvisata versione di “Thunder road”. Il boss infatti, fu scambiato dai passanti per un altro grande boss della canzone napoletana e dal nome anglosassone, Tommy Riccio.

“Nu latitante nun tene cchiu niente
Luntano rr’o bbene a nascuse da gente
Lurtimo amico a deventa importante
Pe fa nu regalo a chi aspett’e a papa”

Chiarito lo scambio di persona, al Boss, vennero comunque riservati applausi, baciate di mano, sfogliatelle, sfogliatelle a forma di reggiseni, reggiseni a forma di babà e pastiere bruciacchiate in onore del suo primo album “Born to run”.

Destinatario di 1 Oscar, 1 Tony Award, il Kennedy Center Honor per aver contributo alla diffusione della cultura degli Stati Uniti nel mondo, 20 Grammy e 2kg di cioccolata, questo artista straordinario ha saputo, con la forza della musica, imporre al pianeta un vero e proprio modo di vivere: l’alcolizzato ripulito.

Impegnato nella vendemmia, il 23 settembre 2020 ha compiuto 70 anni regalandosi un nuovo disco intitolato “Western Stars” che contiene il singolo “Letter to you” che segue al più introspettivo “Letter for me” che insieme e in vista del natale, diventeranno un cofanetto dal titolo “Letters for and from santa claus”. Alla tua salute Boss.

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Leonard Nimoy: un cattivo acconciato come Rita Pavone

Immaginatevi per un momento questa scena: tu sei un barbiere e c’hai un figlio che fa l’attore in una famosissima saga televisiva e cinematografica. Tuo figlio è diventato famosissimo per due ragioni: una, perché è bravissimo a fare il cattivo, la seconda, perché nella serie c’ha un taglio di capelli oggettivamente di merda.

Ora, a questo punto probabilmente avremmo dovuto scrivere una biografia su Max e non su Leonard Nimoy alias Signor Spock, a cui va riconosciuto il pregio di aver dovuto sopportare fino alla fine dei suoi giorni di vedere suo figlio acconciato come Rita Pavone.

Prima di Star Trek, Leonard era un attore come tanti; piccoli ruoli in altrettanto minuscole produzioni. Inaspettato il successo che lo colse grazie alla serie ideata da Gene Roddenberry, e da quello strano saluto con la mano che c’abbiamo provato tutti a farlo, deludendo noi stessi e i nostri genitori per l’impegno sprecato con il concepimento.

Leonard Nimoy disegnato da Anna Francesca Schiraldi la Malvagia

Una delle cose per cui Spock sarà quindi ricordato è appunto questo saluto, fonte di ispirazione per diverse altre serie, tra cui la stupenda “Mork e Mindy”, in cui Robin Williams col suo “nano nano” altro che non faceva che omaggiare il sig. Spock e il suo “Live Long And Prosper” in Star Trek.

Poeta, musicista e fotografo di Nimoy si ricorda in particolare anche la partecipazione alla serie “Missione Impossibile” dove interpreta un agente segreto con un passato da prestigiatore esperto di make-up. Ora vi starete chiedendo cosa centrino le due esperienze curriculari con le abilità che un agente segreto debba avere. Eppure è palese: il make-up perfetto, ti rende irriconoscibile! Fuggire travestito e truccato da Moira Orfei anche.

Fumatore incallito, uomo normale, dopo il successo di Start Trek, per sbarcare il lunario e comprare le sigarette si è ritrovato a fare diversi lavori distanti anni luce, questi sì, dalla finzione dello schermo; immaginatevi quindi il cattivissimo sig. Spock alla vostra porta, nel tentativo di vendervi aspirapolveri e frigoriferi o pronto ad installarvi un acquario! O ancora, salutarvi da lontano con la mano, mentre lasciate il negozio in cui avete appena comprato le crocchette per il vostro criceto, preso un gelato o lasciato il taxi all’aeroporto.

Che figata! Soprattutto pensando che in Italia tutto questo sarebbe potuto accadere con Fabrizio Bracconeri o Mauro Di Francesco. AIUTO!

Finito il periodo buio, Nimoy tornerà a brillare recitando in film e serie tv di assoluto successo quali “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, “My fair lady”, “Big bang theory”, “Il tenente Colombo”, “La soldatessa ci sta col coglionello”, “Space Gel, missione tra i capelli”, “il grande fratello vip 6” (n.d.r. qualche partecipazione attribuitagli potrebbe non essere vera).

Il vizio della sigaretta purtroppo, lo farà ammalare e il 27 febbraio del 2015 all’età di 83 anni, Leonard Simon Nimoy Spock, lascerà per l’ultima volta il suolo terrestre.

Addio e… Nano Nano.

Frida Khalo

Frida Khalo: icona accigliatissima dell’arte

Iconica e affascinante, Frida Khalo o semplicemente Freeeda perché se la nomini in pubblico devi avere una certa ampiezza nel pronunciare le vocali, è la pittrice messicana più famosa del mondo. E su questo non ci sono dubbi.

Celebrata più per la sua storia personale che per le sue opere, della pittrice purtroppo si considera più il personaggio che la sua arte.

Diventata infatti icona e oggetto di idolatria dei movimenti LGBTQI YPSLON, miniera d’oro per i venditori di poster a dieci euro, stampatori di borse per la spesa e missionari del kamasutra, Frida, all’anagrafe Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón, è anche il nome di una pizzeria di grido nella città di Palermo.

Da anni l’immagine di questa donna straordinaria è difatti divenuta un oggetto di consumo su larga scala; e se in casa pertanto non hai una foto di Frida Khalo intenta ad unire le sopracciglia in un’unica grande siepe, allora non sei veramente gay friendly! Lo dicono le principali ricerche scientifiche sull’omofobia, un’amica di nome Matilde e un accendino che ti guarda incazzato venduto a soli 12 euro.

Non si sa bene perché e quando, ma ad una certa, la triste storia personale della Khalo, vittima di un incidente autostradale che ne compromise l’esistenza, è divenuta, per via di alcune teorie sulla sua bisessualità e al pari dei cappottini per i Chihuahua, anch’essi messicani, elemento essenziale dell’orgoglio gay al punto da far passare in secondo piano la figura stessa dell’artista.

Frida Khalo disegnata da Anna Francesca Schiraldi la Malvagia

Orgoglio a parte, pensando a Frida, non si può dunque disconoscere l’idea che della fama e del talento nella cultura di massa sia rimasto ben poco in favore di un’isteria collettiva che tende a premiarne un’immagine presunta. Una storia falsata, al punto che se provi a chiedere ad uno qualsiasi dei suoi fans di parlare dei lavori artistici della stessa, la buttano in caciara parlando della malattia, dell’incidente e del marito traditore.

E questo, nel lungo periodo, diventa un po’ imbarazzante perché molto spesso queste risposte sono date da venditrici di femminismo incazzoso, da donne incazzose, eccetera eccetera e dunque, a farla breve, da persone incazzose che probabilmente della Khalo apprezzano più l’accigliatura che la professione.

In sostanza, presumibilmente, non sono delle vere e proprie femministe, donne o persone, ma semplicemente delle entità incazzose che vestono Desigual o moda mercatino dell’usato, semplicemente per assumere un’identità.

Qualsiasi essa sia.

p.s.

se volete inviare una protesta per questo testo scrivere una mail a esticazzi@ilmalvagio.it

Ettore Petrolini

Ettore Petrolini: il Re della comicità

In Italia in tema di comicità bisogna tenere a mente che tutto ciò che è stato inventato, prodotto, musicato, sceneggiato ha un nome, anzi tre e un cognome: Ettore Pasquale Antonio Petrolini.

Quella di Ettore Petrolini è la storia di una potenza comunicativa inarrivabile, una satira contro il potere attuale e unica, un’idea della comicità e un tempo della risata capace di conquistare il mondo.

Abile interprete del nonsense, fu un grande critico della società dell’epoca, delle sue mode e della cultura decadente.

Genio assoluto, con una mimica straordinaria ampiamente imitata da altrettanti attori e simulatori famosi quali Totò, Gigi Proietti, Franco Franchi, Totò Schillaci, Giulio Andreotti e persino Maurizia Paradiso; Petrolini era così avanti che se tornasse in vita, riscriverebbe ancora la comicità.

Facendo un passo indietro, pensate che in punto di morte, al medico che lo rassicurava sulle condizioni di salute, ebbe modo di dire: “meno male, così moro guarito”.

Praticamente un “47 morto che parla” che poi, neanche a farlo apposta, è un’opera teatrale dello stesso attore romano, riproposta sul grande schermo da Antonio De Curtis in arte Totò.

Quella del Principe della risata però è una grande opera d’ispirazione e di successo, un po’ come la riuscita “tanto pe’ cantà”, conosciuta ai più per l’interpretazione di Nino Manfredi a un Sanremo in bianco e nero o ancora “una gita a li castelli”, intesa “Nannì”, resa celebre dalla voce di Lando Fiorini.

Praticamente se fosse ancora in vita, Petrolini camperebbe coi ricavi del diritto d’autore e in particolare coi versamenti di Gigi Proietti!

Ettore Petrolini disegnato da Anna Francesca Schiraldi la Malvagia

Diversa invece è l’imitazione un tanto al chilo; se infatti vi è mai capitato di girare piccoli teatri scalcagnati, avrete sicuramente visto sulla scena, decine e decine di presunti Petrolini proporsi sulla pedana al ritmo di “Bravo! Grazie!!!” riuscendo, al contrario, in ciò che l’attore aveva compiuto con successo: dare spessore a delle macchiette.

Apprezzato a destra e a manca, riuscì nell’impresa di sbeffeggiare i fascisti e il Duce, durante la consegna di una medaglia al merito, che accolse con un derisorio «e io me ne fregio!». Non disconobbe mai però, l’ideologia fascista, anzi, ne sottolineò l’appartenenza, seppur, sinceramente, non sappiamo quanto volutamente.

Il destino in ogni caso, ironico quanto l’artista, con una delle prime bombe cadute su Roma nel 1943 e che colpì il cimitero del Verano, distrusse parte della sua tomba, la bara e il busto che lo raffigurava.

Ruud Gullit

Ruud Gullit: la pantera coi rasta

Ruud Gullit insieme a Marco Van Basten, Frank Rijkaard e Angelo Colombo fa parte di quella schiera di calciatori che hanno incantato una generazione intera di ragazzi cresciuti col mito dell’Olanda, del Milan di Sacchi e dei cappelli che simulavano una capigliatura dread chiamata appunto alla Ruud Gullit.

Ragazzi e non solo che sognavano, come accaduto ad Angelo Colombo, di ritrovarsi in uno spogliatoio con i più forti calciatori del momento e saperci giocare accanto prima di finire la carriera nel Marconi Stallions Footballs Club in Australia.

Quella di Rudi o Rudigulli come lo chiamavano a Palermo, è il sogno di una corsa gloriosa che ha raggiunto il suo culmine quando in una storica intervista l’allenatore di allora, Arrigo Sacchi, raccontò la dotazione migliore del suo calciatore “usava i bermuda perché non c’erano mutande abbastanza grandi per, diciamo così, contenerne la virilità”.

Rudigulli un saltatore straordinario sia fuori che dentro il campo di calcio, un atleta capace di sguisciare dalle grinfie di un avversario, dalle camere d’albergo e dai matrimoni con la stessa facilità di un commesso dell’Ikea ad una tua domanda.

Ruud Gullit disegnato da Anna Francesca Schiraldi la Malvagia

Con il Milan vinse qualsiasi cosa, compreso un pallone d’oro che dedicò a Nelson Mandela; Gullit difatti è stato anche un noto attivista per i diritti dei neri nonché autore di due singoli musicali di cui uno dedicato proprio al South Africa.

Uomo, calciatore e amante di successo, allenatore un po’ scarso, cuoco così così, religione 8, voto in condotta 10, Ruud è decisamente uno degli sportivi più amati del pianeta; se nascevi negli anni ’90, nero e con le treccine, automaticamente eri il nuovo Ruud Gullit.

Accadde così anche all’improvvisatissimo attaccante del Palermo, Ronald Hoop detto Hula Hoop, che, con l’atleta della nazionale olandese condivideva la provenienza, la capigliatura e che oggi ha decisamente svoltato la sua vita trasformandosi in un benzinaio. Una fine migliore di quella che gli toccò sul campo, che vide per 7 volte, riuscendo nell’impresa di far rimpiangere Mark Dittgen, detto Stitichen, attaccante tedesco arrivato con più premesse e promesse di un matrimonio cattolico e rivenduto il campionato successivo al prezzo di due caramelle offerte come resto e una scomunica dal calcio italiano.

Ruud Gullit invece, era così forte, elegante, prestante e potente, che se non l’avessi visto giocare, non avrei mai amato il calcio, le donne, le treccine del panificio, i baffi da messicano, la maglia numero dieci, i grandi classici del porno e le dormite in aeroporto.

Ruud, la pantera coi rasta, è un uomo che avremmo tutti voluto essere! Persino Berlusconi…

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Margherita Hack: la donna circondata da sconosciuti

Margherita Hack comunemente conosciuta come Margherita Hack è il manifesto dell’astrofisica italiana, della procedura di sbattezzo, delle C aspirate e delle pettinature alla Benny Hill. E voglio ammetterlo pubblicamente: vorrei essere donna, avere la vita e principalmente le capacità intellettive della Hack ma soprattutto i capelli alla Benny Hill.

Atea ma sposata in chiesa, vegetariana con la passione per la bicicletta e in gioventù, fascista cambiando idea solo con l’arrivo delle leggi raziali, oltre ad essere anche una docente universitaria, una sportiva e divulgatrice scientifica di grande successo, Margherita, è specialmente una toscana amante del pane sciapo. E questa, più di altre, è una colpa che non potremo mai perdonarle.

Fa veramente cahare!

Magherita Hack disegnata da Anna Francesca Schiraldi la Malvagia

Incredula alle teorie sugli UFO, al perdono del peccato originale, è stata anche un’attivista politica coi comunisti italiani, venendo eletta svariate volte e cedendo sempre il posto ad altri; ad esempio, una volta lo cedette a Bebo Storti che, se non ve lo ricordate, è quel tizio che faceva il toscanaccio e tifoso della Fiorentina Conte Uguccione a Mai dire Gol. Poi nel 2006 fu eletta in più seggi, sempre con il PDCI e ancora una volta si dimise per proseguire la sua carriera in favore della scienza.

Ah, ve lo ricordate Oliviero Di Liberto?

No?

Ok, non fa niente; era uno che volevo citare solo perché una volta l’ho incontrato quando era il segretario del Partito dei Comunisti Italiani dove, a quel tempo, militava pure Rosario Crocetta.

Chi è Rosario Crocetta?

Vabbè basta. Non chiedo più, sennò ci vuole una puntata su tutti quelli del Partito dei comunisti italiani che nessuno ricorda.

Tornando a Margherita Hack, la scienziata fu anche premiata come “Personaggio gay dell’anno” per la sua attività in favore dei diritti civili e del riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali e delle fette di pane sciapo servite con una saliera.

Nel 2006 con Stefano Pais, che non sappiamo chi sia, ha scritto una canzone per Sanremo dal titolo “questo è il mondo”; non venne selezionata perché quell’anno, la quota Rai destinata ai toscani, era stata assegnata a Panariello con la memorabile imitazione del “macellaio col pollulare”.

Un successo che sicuramente ricorderete eh!

Nonostante tutto questo la Hack ad oggi non ha emulatrici ma tante persone che dicono di ispirarsi a lei, soprattutto tra le candidate a Miss Italia, Miss Italia nel mondo, Miss Italia e provincia, Miss Italia nel postalmarket, Miss prima l’Italia, Miss Italia così è la vita in diretta, eccetera eccetera…

Cavaliere di gran croce, medaglia d’oro ai benemeriti della scienza, civica benemerenza dal comune di Trieste, Margherita Hack, vanta un numero di titoli e premesse da far invidia ad un cattivo tratto da film di Fantozzi.

Scomparsa nel 2013, della scienziata, resteranno per sempre le imprese, le impronte, gli impianti e soprattutto una marea di persone sconosciute che possono vantarsi di averla conosciuta. Grazie Margherita.

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Donald J. Trump: il Presidente fonato

Mr. Donald John Trump è un uomo che da sempre affronta la vita col vento alle spalle. Praticamente una barca a vela ma con un solo ed unico obiettivo: non spettinarsi.

Trump è il capo della nazione più influente del mondo, dopo il profilo instagram di Chiara Ferragni, ma anche il depositario di una valigetta, del quarto segreto di Fatima, del numero di telefono di Kim Jong-un, della ricetta per cucinare i puffi e di una crema abbronzante color arancina.

Nascere biondi, belli, vaporosi e con le labbra in posizione naturale “blue steel”, sono i segni di un destino che ti sta offrendo una vita fatta di tante soddisfazioni. E in effetti, Donald J. Trump, è un signore che ad un certo punto della sua vita, senza che nessuno ne abbia capito nulla, è riuscito a diventare il primo presidente degli Stati Uniti d’America pettinato come mia nonna.

Donald è proprio un uomo fortunato, talmente fortunato che in un mondo normale nessuno avrebbe mai creduto che sarebbe diventato Presidente o che si sarebbe sposato una bella donna come Melania Knavs, eppure, le porte della Casa Bianca gli si spalancarono davanti come le automatiche di un centro commerciale.

Incredibilmente infatti, i democratici americani nell’anno 2017, e già l’anno qualcosa avrà significato, gli opposero una candidata che non avrebbe vinto neppure le elezioni di casa sua come miglior inquilino su due: Hillary Clinton.

Donald Trump disegnato da Anna Francesca Schiraldi la Malvagia

Fecero carte false nel vero senso della parola, per abbattere un possibile candidato vincente alle primarie di quell’anno, Bernie Sanders, in favore dell’ex first lady; praticamente come se durante una partita di calcio potevi schierare Marco Van Basten ma gli hai comunque preferito pennellone Silenzi per la capigliatura!

Che poi non abbiamo nulla contro pennellone Silenzi, un grande attaccante, che non è mai stato neppure a letto con Bill Clinton… ad oggi. Ma Hillary? Veramente si pensava di battere Trump contrapponendogli una persona che riuscirebbe ad essere antipatica pure allo specchio delle brame!?! Boh…

Vai a capirli sti americani!

Ma in uno scontro tra antipatici, non poteva che vincere quello che fa l’antipatico anche di professione.

Odiato da tutti, dalle mogli, dalla sorella e persino dal Papa, lo si può invece amare a soli 99centesimi ma solo questo fine settimana e su prenotazione; Trump Donald J. si può considerare una rappresentazione reale del The Truman Show, il celeberrimo film del 1998, con la differenza però, che tutti i personaggi sono simultaneamente interpretati da lui stesso: il postino, la moglie, il regista, il microfonista e principalmente l’attore protagonista.

Per farla breve, vi diamo una ricetta “for dummies” per spiegarvi chi è Donald Trump: prendiamo dunque, le spiccate doti imprenditoriali e la passione per la ricrescita dei capelli di Berlusconi, la capacità di mediare di Salvini, la sobrietà del generale Pappalardo, la proprietà linguistica del senatore Razzi, la musica di Orietta Berti, la capacità di mantenere la parola di Fabrizio Corona, la coscienza civica di Briatore, il fascino di Umberto Smaila, la morigeratezza di Pupo, la simpatia di Del Debbio, l’attenzione per il prossimo di Daniela Santanchè, il programma elettorale di Gasparri, la capacità di scegliersi gli amici di Pacciani, la flemma di Sgarbi, il talento politico di Di Maio e una ricetta anti malocchio di Vanna Marchi.

Ecco Donald J. Trump.

Ma l’eccentrico Presidente, è anche un uomo alla mano e si vocifera anche che sia morta nonché proprietario di 3 torri che sfiorano il cielo: la Trump Tower, la Trump Organizzation e la Trump World Tower. Forse DJ però è un po’ troppo fissato con le strutture di cemento armato che svettano verso l’alto.

Forse.

Considerato in ogni caso un vero e proprio pilastro dell’economia mondiale, è addirittura un modello per tutti gli amanti del consumo di suolo, di suino e di saune. Se fosse nato in Sicilia, sarebbe stato un investimento sicuro per gli amanti della tradizione millenaria della lupara bianca… ma solo per autodifesa.

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Sophia Loren: la donna italiana

Se vivete a Roma e vi chiamate Sophia, anche se lo americanizzate col ph, è chiaro a tutti verso quale conseguenza stiate andando incontro.

Per fortuna però, la nostra Sophia è la Loren che, nonostante sia nata nella capitale, può essere considerata a tutti gli effetti una campana della Campania. La Loren è infatti cresciuta a Pozzuoli, la terra della solfatara, del bradisismo e del brodo di polpo.

Bella in modo indiscutibile, pettinata come uno scotch collie e talvolta come Nilla Pizzi, Sophia, ha cominciato i primi passi da attrice come comparsa promettente nei film della tradizione comica inconsapevole all’italiana: quelli in cui tutti sono poveri e vivono nella miseria più totale ma in modo divertente.

Gli italiani difatti, grazie al cinema, sono apprezzati nel mondo per la capacità di sopravvivere alle avversità cercando, costi quel che costi, l’amore piuttosto che il lavoro.

Nell’Italia del boom economico, del mambo, della Fiat 500, della Vespa, dell’olio d’oliva e del prosciutto cotto, l’attrice de “la ciociara”, è la punta di diamante di un brand in ascesa, capace di attraversare l’oceano.

Insignita di due premi Oscar, cinque Golden globe, un leone d’oro, un telegatto di platino, un servizio di posate d’argento e un buono sconto per un giro pizza da Gino Sorbillo, Sophia Loren alias Sofia Costanza Brigida Villani Scicolone è, certamente, l’attrice Italiana più famosa al mondo ma solo dopo Moana Pozzi.

Copiata e invidiata da tutto il pianeta, a lei si sono ispirate tutte da Nicoletta Braschi fino ad arrivare a Sconsolata.

Sophia Loren disegnata da Anna Francesca Schiraldi la Malvagia

Trovare un difetto a questa donna perciò, è davvero un qualcosa di impossibile; dagli anni ‘60 in poi il suo successo è stato inarrestabile. Oddio, abbiamo scelto la parola più sbagliata. In effetti, seppur ingiustamente e con mille scuse arrivate 31 anni dopo, non per motivi politici ma fiscali, l’attrice nel 1982 fu arrestata per frode e scarcerata dopo 17 giorni di pane, acqua e… prigionia.

Raccontano le cronache dell’epoca che all’interno del carcere di Caserta, la diva, si comportò esattamente da diva, mantenendo il suo solito aplomb, le ciglia finte e la sua riconoscibile pettinatura. Giorni duri, che passarono tra le attenzioni delle compagne di cella e, si maligna, del personale di Stato mentre all’esterno si accalcavano fotografi, venditori di qualsiasi genere di gadget e cantanti di serenate.

Superata la brutta vicenda comunque, la carriera dell’attrice è proseguita ricca e piena di soddisfazioni; talmente lunga che a citarla per intero ci vorrebbero tutte le puntate di una serie noiosa condotta da Paolo Mieli sul terzo canale.

Per farla breve, la Loren, ha avuto una vita così piena, da avanzargliene qualcuna; pensate che è anche la zia di Alessandra Mussolini e nonostante questo, probabilmente, non ci sarà mai più un’altra attrice italiana di tale statura.