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Episodio speciale – Zerocalcare: il disincrostante a matita

Michele Rech, in arte Zerocalcare, disegnatore tra i più famosi e dissacranti d’Italia è il protagonista di questa puntata speciale di 30 biografie, omaggio al suo ultimo libro “a babbo morto” in libreria a partire da oggi 12 novembre 2020.
Sommo divulgatore della filosofia dello “Stocazzo”, Zerocalcare è uno scrupoloso osservatore della società contemporanea con la capacità di far sorridere senza mai smettere di riflettere.
Dall’emergenza Covid alla questione Siriana, Michele racconta il mondo con gli occhi di un uomo cresciuto a Rebibbia mentre Carmelo Di Gesaro ci racconta la sua vita, la carriera e i motivi per cui uno come Zerocalcare non può che starti simpatico nonostante le tute acetate.

Zerocalcare disegnato da Anna Fancesca Schiraldi la Malvagia

Testo: Carmelo Di Gesaro
Voce: Edoardo Camponeschi e Ménéstrandise Audiolibri
Disegni: Anna Francesca Schiraldi e Schiraldi Art

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Diego Armando Maradona: il campione fragile

Prima di cominciare questa avventura narrativa dobbiamo chiarire una cosa: questa biografia, non entrerà nel merito della diatriba sul più forte giocatore di calcio esistito fin qui, che per noi è appunto…

Ah ah ah.

Diego Armando Maradona, il ragazzo d’oro, la mano di Dio, la coscia di platino, la caviglia fragile, il cuore debole, il naso che prude, l’occhiolino facile, il daje de tacco, daje de punta, quant’è bbona la sora assunta e tira lo spago e tira col naso…l’importante è che se tiraaa…

Diego Armando Maradona è principalmente un essere umano e come tale va trattato pur essendo l’uomo con più appellativi che conosca, per tutti noi resterà sempre e solo Diego.

Diego, che ormai c’ha pure una certa età, potrebbe essere il genitore presunto di ognuno di voi e quando diciamo questo, dovreste prenderci in parola. N.N. dagli anni ‘80 in poi è diventata una sigla per celare una paternità attribuibile a Diego Armando Maradona.

Maradona infatti è famoso per aver fatto l’amore con metà delle donne del pianeta, attratte dalla fama e dal pelo leopardato e quindi, con molta probabilità, anche il padre di un certo numero di figli conosciuti oltre ad una serie in attesa di riconoscimento.

Il più noto tra questi, tale Diego Jr., arrivò da una relazione clandestina in quel di Napoli, terra di cui si è nutrito per diventare una delle leggende dello sport più popolare del mondo, ma anche, città che lo ha reso definitivamente vittima di sé stesso.

Il sesso, la droga, la fama e la convinzione di essere un Dio in terra con la sensazione di onnipotenza nelle tasche e la sudditanza degli altri sul campo. Un fenomeno puro con un talento capace di trasformare l’acqua in vino. Poteri che fanno esclamare ad ogni colpo: oh mio Dio! Ma cosa ha fatto!

Anche quando quel tocco, veniva destinato al culo di una brasiliana dei quartieri di Napoli.

<<Maradonaaaa è megl ‘e Peleeee

ci hanno fatto ‘o mazz’ tant pe ‘ll ave’!

Maradona facce sunna’, nu scudetto puortancill’ ‘a parte ‘e cca’…>>

Diego Armando Maradona disegnato da Anna Francesca Schiraldi la Malvagia

Diego è senza dubbio un’opera d’arte moderna, in grado di dividere e far discutere gli astanti, sognare gli ammiratori e fomentare gli odiatori. Maradona infatti, è un uomo da colpire sempre e comunque con l’arma del pregiudizio senza un perché, colpi che si sferrano per ferire e giudicare una persona che nella sostanza è solo sé stessa.

Il ragazzo d’oro vive la sua personale fetta d’esistenza con la passione e la di tamarraggine latina che fa esattamente parte del personaggio che non è, ma della sostanza dell’uomo che è. Maradona coi suoi capricci, con le sue bizzarrie, con la sua forza resterà per sempre un essere umano qualunque, povero o ricco, acclamato o odiato, ti riceverà in casa con ai piedi le ciabattine da mare celestine, torso nudo e calzoni da calcetto.

Diego infatti, è un campione di vera umiltà, che poi, diciamocela tutta essere s’è stessi è solo un atto di onestà. Allora viva le ciabatte, viva il barbecue sullo sfondo e viva pure la canottiera bianca.

Per una volta dovremmo smetterla con questo pregiudizio, un sentimento che guarda solo alla propria persona. E se Maradona è stato nello stesso momento amico di Fidel, di Troisi, di tantissima gente comune, madri, padri, trans, prostitute, è solo il frutto perché dotato di una grandissima capacità di essere naturale.

La forza della personalità che lo promuoveva a leggenda del calcio passando per i baci sulla bocca a Caniggia o a prendere una posizione politica precisa in favore delle “madri coraggio” del suo paese.

Grazie Diego, avremmo tutti voluto essere spettatori del tuo talento eterno.

<<Maradona, mo’ ca stai cca’,

levancillo ‘o scuorno ‘a faccia a sta citta’

Maradona, nun puo’ sbaglia’,

tu pe nnuje si frat’, pate e si’ mamma’…

Maradona piensace tu,

si mo’ nun succere nun succere cchiu’…>>

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Francesco: il Papa rock che ha rivoluzionato la chiesa

Papa Francesco, all’anagrafe Jorge Mario Bergoglio che tutti chiamano “Checco Er Pope”, è la più grande rivoluzione culturale accaduta nell’ultimo ventennio; definito dai suoi nemici giurati l’anticristo, da quando è stato chiamato al ruolo di successore di Pietro, ha avviato un cambiamento radicale all’interno dell’istituzione che rappresenta.

Er Pope è un arzillo vecchietto nato a Buenos Aires in Argentina nel 1936, classe che condivide con Silvio Berlusconi, Burt Reynold, Achille Occhetto, Pippo Baudo e tanti altri; uomo apparentemente mite e dal sorriso sempre pronto e gioviale ha uno sguardo furbo e intelligente capace di fregare quei fessacchiotti conservatori della Chiesa.

Francesco infatti, fin dal primo momento del suo mandato ha saputo dare alla Chiesa quello che negli ultimi duemila anni nessuno aveva neppure immaginato: una guida vestita di bianco ma in stato di sobrietà.

Governatore dello Stato nello Stato, Checco Er Pope, ha imposto all’istituzione più longeva della storia, successo che condivide con l’antica “mignotteria la salaria”, un’identità saldamente votata al prossimo, all’accoglienza, alla fratellanza e alla povertà.

Insomma, ha rotto i coglioni.

Un fatto questo, che ha creato non pochi problemi e malumori all’interno di quella combriccola di preti, cardinali, pretinali e cardipreti mattacchioni, che molto spesso hanno scambiato i valori della religione per i dieci comandamenti della criminalità organizzata.

La chiesa infatti, con moltissime eccezioni ovviamente, ha perso via via pezzi della sua credibilità votando la propria esistenza al potere, alla distribuzione dello stesso e a tempo perso, arraffando e distribuendo denaro agli amici. In sostanza, a farla breve, scambiando l’istituzione più importante della cristianità per un casinò di Las Vegas, con la differenza che i matrimoni sono reali, le slot machine vanno alimentate coi soldi delle offerte e il tradimento trasformato in un peccato solo se a compierlo sono gli altri.

A guardarci dentro in effetti, la storia bimillenaria della chiesa cattolica non ha trasmesso al popolo l’immagine di un’istituzione osservante in toto delle regole che professa: tra pedofilia, incesti, Papi con figli illegittimi, scandali finanziari, rapimenti, uccisioni e scandali sessuali, i più, si sono convinti che il marchio “made in vaticano” non fosse altro che un brend per compiere qualsiasi nefandezza facendola franca. Senza voler fare paragoni con nomi e cognomi, più o meno come una qualsiasi sigla di partito che ha governato l’Italia nella sua storia repubblicana.

Papa Francesco disegnato da Anna Francesca Schiraldi la Malvagia

Al buon vecchio Pope tutto questo non è mai andato giù e il fatto che sempre più cristiani preferissero pornhub alle messe della domenica, un segnale che fosse giunta l’ora di cambiare l’aria alle oltre mille stanze della casa di Pietro.

Sospettoso come solo gli argentini sanno essere da quando nel 1994 inibirono a Maradona la partecipazione alla fase finale dei mondiali americani, con uno scandalo creato si dice ad arte, Checco, ha svolto il ruolo di tagliatore di teste e moralizzatore della chiesa utilizzando un grande classico da manuale del grande leader: l’esempio.

Ha rinunciato al crocifisso d’oro, alle scarpe di Prada, al bastone d’oro da parata, ai cannoli della domenica, al tatuaggio di Gesoux sulla schiena e alla bifamiliare per famiglie numerose del Palazzo Apostolico, anche se, per quest’ultima delle cose, i maligni vociferano che sia stata una scelta legata alla propria sicurezza. E in effetti, a pensarci bene, la morte sospetta di Albino Luciani, un altro Papa rivoluzionario avvenuta a soli 33 giorni dalla proclamazione per presunto avvelenamento, deve essere stata una motivazione abbastanza convincente.

Attaccato dall’interno e dall’esterno, con la guida di Francesco, sono nate scissioni, proteste, bande armate di preghiere, baciatori di crocifissi, patenti di cristianità in purezza e sono arrivati persino i nuovi urlatori della parola di Dio.

Come risposta, Bergoglio Jorge Mario, ha rispolverato lo strumento della scomunica, la squalifica dai campi di gioco a croce latina e il ritiro del passaporto vaticano.

Omosessuali e Co, compresi i divorziati, sono finalmente accolti nella casa di Dio, considerati e rispettati, così come accaduto agli ultimi che nel passato sono stati un claim positivo per promuovere le grandissime campagne pubblicitarie per la raccolta di solidarietà.

La politica internazionale lo promuove quale grandissimo leader di sinistra, un’attestazione certificata dall’odio promosso dai grandi venditori di fumo del sovranismo. Da Trump a Salvini infatti, Er Pope, è al centro del mirino dei grandi negazionisti dell’animo umano, convinti che la religione sia ancora un carro da guidare col falso moralismo e i tacchi a squillo.

Francesco è un vero Papa e al di là di come andranno le cose, rimarrà una frattura nella storia della chiesa. Un modello illuminante di ciò che le istituzioni possono fare attraverso l’esercizio dell’esempio. Grazie Checco.

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Sean Connery: il più bello e sexy di tutti (episodio speciale)

Vincitore di un Premio Oscar, tre Golden Globe (compreso l’Henrietta Award e quello alla carriera), due Premi BAFTA, 1 kg di pasta Voiello trafilata al bronzo e due agnelli alla festa del Santo Patrono di Caltavuturo, Sean Connery è da sempre l’uomo più sexy del pianeta.

Se infatti uno dei vostri vicini si chiama SCION (esSe Cci Ii Oo eNne), dovreste sapere che con molta probabilità il motivo è dovuto al fatto che i genitori fossero dei fan dell’attore scozzese.

E se Sean non è altro che la volgarizzazione irlandese del nome John, SCION (esSe Cci Ii Oo eNne) è la risultanza poraccia di Sean che deriva appunto da Sean di Sean Connery.

Scomparso a soli novant’anni il 31 di ottobre del 2020, arrivò alla fama planetaria grazie all’interpretazione dell’agente segreto inglese 007; un successo che lo trasformò da attore brillante a icona sexy fino a diventare il padre putativo di una generazione di SCION (esSe Cci Ii Oo eNne).

Produttore cinematografico e tifosissimo dei Glasgow Rangers, Connery tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 rappresentava tutto ciò che un uomo doveva essere in quegli anni: figo, amante selvaggio, spregiudicato, pilota di autovetture veloci e talvolta alcolizzato.

Sean Connery disegnato da Anna Francesca Schiraldi la Malvagia

Se volevi essere come James Bond dovevi anche pronunciare il tuo nome in principio ad una qualsiasi discussione, un po’ come farebbe oggi un rapper all’inizio di una sua canzone. Ma non è finita qui, dovevi provarci con qualsiasi donna ti passasse a tiro e, tra una pomiciata e l’altra, sconfiggere cattivi di ogni sorta a partire dalla suocera.

Amato e idolatrato, Sean Connery, nonostante fosse diventato pelato all’età di 17 anni, è stato considerato fino alla fine dei suoi giorni, un sex symbol irraggiungibile; elegante e sfrontato, non senza capelli eh, ottenne l’oscar nel 1988 come attore non protagonista ne ‘Gli intoccabili’ a fianco di Robert De Niro e Kevin Costner che appunto, durante tutto il film, tentavano l’approccio al volo con l’attore per scattarsi un selfie, non riuscendoci mai.

Nel film di Brian De Palma, Connery, nei panni di Paolo Frajese, da sempre molto geloso della sua privacy e dei suoi servizi giornalistici in tv, seppe replicare al meglio tutte le tecniche apprese durante le fughe da James Bond, per sfuggire dalle grinfie di Gabriele Paolini e Mauro Fortini (De Niro e Costner), fanatici acchiappa vip e disturbatori.

Diventato vegano nel 2011, si impegnò duramente per la salvaguardia dell’ambiente e prese parte alla battaglia per far chiamare il cibo vegano con gli stessi nomi dei prodotti a base di carne che replicavano.

Forte sostenitore dell’indipendenza scozzese, era solito indossare pubblicamente il Kilt, abbigliamento che fu fonte d’ispirazione per girare le riprese di “Quando la moglie è in vacanza” dove, con la famosa scena della grata, Marilyn Monroe, vestita di un abito bianco e con un cocktail in mano, si dimenava intenta a proteggere l’intimità da una folata di vento proveniente dal basso.

Addio Sean, Sean Connery, insegna agli angeli a presentarsi.

Charles Bukowski

Charles Bukowski: il capitano di una nave che non affonda

Di capitani nella vita ne abbiamo conosciuti tanti, pure troppi; Franco Baresi, Capitan Findus, Capitan Fracassa, ma il vero, unico, capitano, resterà sempre lui: Charles Bukowski.

Lo so, vi starete adesso chiedendo ma capitano de che?

E calma, adesso ve lo diciamo!

Henry Charles “Hank” Bukowski Jr., noto con lo pseudonimo Henry Chinaski, suo alter ego letterario, o Charlie Birrowski per gli amici, è un poeta-scrittore, famoso ai più per essere associato suo malgrado, agli status Facebook delle persone più imbecilli della vostra lista di contatti.

Autore prolifico, legato alla corrente letteraria chiamata del “realismo sporco” e cioè quel realismo descritto senza troppi eufemismi, quindi non quello malvagio a cui stavate pensando voi, è infatti finito nella rete dei retwittatori seriali che non sapendo cosa scrivere affidano i propri pensieri e principalmente i loro selfie, al capitano della corrente dei coglioni incapaci di scrivere qualcosa.

Non è colpa sua, è evidente, però quelle parole frutto di una birra tra amici, nella testa dei seguaci, esprimono le stesse sensazioni, le stesse emozioni che si provano condividendo un selfie scollacciato e ammiccante ripetuto cento volte alla ricerca della giusta esposizione.

Scrittore di sessanta libri e migliaia di poesie, probabilmente morirebbe una seconda volta se fosse a conoscenza del risultato prodotto dal suo lavoro, eppure, questa “sfortuna” è anche la sua forza (semi cit.); è riuscito infatti a sopravvivere al destino triste dei poeti, grazie a gruppi meravigliosi come: “un po’ acida e un po’ melense”, “brutti ma buoni”, “un po’ triste e un po’ depressa”, “l’inconsistenza e l’incontinente bellezza dell’essere”, “l’eleganza del Pincio” e via discorrendo.

Nato in Germania, vissuto negli Stati Uniti, per anni è stato vittima di un tremendo bullismo per via del suo volto butterato e dei vestiti da femminiello che i genitori gli imponevano di indossare. Grazie ai fiumi di alcol in corpo e nelle opere, ha riscattato quell’infanzia, con una vita da amatore occasionale, forse da figlio di puttana, che in seguito ha raccontato, senza troppe censure, tra le più amate pagine dei suoi libri.

Charles Bukowski disegnato da Anna Fancesca Schiraldi la Malvagia

«Come cazzo è possibile che ad un uomo piaccia essere svegliato alle 6.30 da una sveglia, scivolare fuori dal letto, vestirsi, mangiare a forza, cagare, pisciare, lavarsi i denti e pettinarsi, poi combattere contro il traffico, per finire in un posto dove essenzialmente fai un sacco di soldi per qualcun altro e ti viene chiesto di essere grato per l’opportunità di farlo?»

(Bukowski sul lavoro, in Factotum)

Bukowski ha scritto anche cose buone, solo che non si recuperano facilmente in un sito di aforismi, per cui, ci toccheranno a vita riflessioni essenziali quali:

“Il mondo sarebbe un posto di merda senza le donne. La donna è poesia. La donna è amore. La donna è vita. Ringraziale, coglione!” oppure “A volte ho la sensazione di essere solo al mondo. Altre volte ne sono sicuro.” E ancora “Alcune persone non meritano il nostro sorriso, figuriamoci le nostre lacrime.”

Questa del sorriso poi, è una cosa che sarebbe ora che la finissimo per sempre di sottolineare. Del vostro sorriso, non importa niente a nessuno. Addio Charles, insegna agli angeli come twittare con una mano sola, mentre con l’altra, ci si spara una sega.

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Chiara Ferragni: l’inventrice del dolce saper fare niente come lavoro

Chiara Ferragni al tempo “Chiara Ferragni official page sono solo io”, secondo un pomposo documentario autoprodotto e presentato in prima serata su Rai 1 ma anche sui grandi schermi del cinema mondiale, prima di adesso, era una persona che si poneva un sacco di domande. Poi ha smesso, perché su instagram hanno inventato uno sticker che fa chiedere ai seguaci qualcosa a te.

La Ferragni è un fenomeno intercontinentale. Inutile girarci intorno; è bella, è intelligente, è colta, è sposata, ha un figlio, tra poco due e guadagna un sacco di soldi con un lavoro che s’è pure inventata da sola: non fare niente e insegnare agli altri come fare qualcosa.

Dopo l’invenzione del lavoro da influencer, tutti quelli che imitano Chiara, automaticamente, vengono etichettati appunto “influencer”; sono persone che hanno la capacità di trasmettere, si dice in modo convincente, la propria idea su un qualcosa che altrimenti non troverebbe soluzione. Sono in sostanza persone che indirizzano l’azione rispetto ad un determinato dilemma.

Ad esempio: non sai scegliere come pettinarti? Chiara Ferragni ti dice come ti devi conciare. Non sai come chiamare tuo figlio? Chiara Ferragni sì! Non sai che panino prendere al McDonald? Chiara, sceglie per te! Eccetera eccetera eccetera.

Certo, tutto questo ha un suo lato B e cioè che circa 2 milioni di persone all’unisono si pettineranno precisamente come te. E chi se ne frega! – penserai – tanto sono alla moda!

Solo che questo lo ha deciso uno che paga la Ferragni per dirti che l’unico modo di pettinarsi è questo e nessun altro.

Infatti, caro amic* (con asterisco) dovresti aver capito che alla fine non è Chiara a dirti come devi fare qualcosa, ma a sua volta è un qualcuno che anonimamente impone un modo di essere, di fare, di agire.

Solo che tu glielo fai fare e sei felice e content* (con asterisca).

La professione di influencer di questi tempi è la più ambita; milioni di persone si offrono su qualsiasi piattaforma sociale sperando arrivi il giorno in cui qualcuno vi metta nelle mani un prodotto, un’essenza o il destino di altre vite in cambio di denaro e la possibilità di dire al mondo che avete un lavoro. Un facile lavoro.

In qualsiasi momento della giornata postano e sperano!

Li vedi che si truccano, struccano, mostrano qualsiasi attimo della propria esistenza; se e quando scopano, se vogliono ancora scopare, se sono incinti, se soffrono di eiaculazione precoce o se c’hanno il ciclo, cosa leggono, cosa fingono di leggere e che musica ascoltano, cosa mangiano, cosa non mangiano, come vorrebbero vestirsi e come in realtà si vestono.

Non passa giorno che una casalinga, un operaio, uno studente, una mamma, un figlio di Papà, decidano di trasformare la propria vita in un Truman Show triste e deprimente.

Fotografano pietanze immangiabili, immagini di pietanze posti su piatti di plastica che sono così brutti che viene voglia di comprare al mercatino dell’usato una natura morta naif e appenderla in salotto. Con un volto irrealistico da clown, scattano selfie come soldati davanti ad una qualsiasi “challenge” virale promossa da altri improbabili influenzatori. Rispondono al richiamo della foresta e replicano.

Sono uomini e donne che piangono, si struggono, urlano, accusano i poteri forti ai quattro venti e costantemente tentano di espandere le proprie reti per sopravvivere; vivono il disagio più grande nel momento in cui vengono bannati dai sistemi di sicurezza delle piattaforme che li segnalano come spam per aver rotto i coglioni a chiunque con le richieste di amicizia e gli “inseguimenti”.

Passano le giornate a replicare la propria immagine umiliandosi con tag come “like4like”, che poi, diciamocelo è la versione meno nobile, quasi per disperati, del più classico dei “do ut des”.

Chiara Ferragni disegnata da Anna Francesca Schiraldi la Malvagia

Sono persone che trasformano i propri figli in uno spot demenziale di Ciccio Bello o la propria camera da letto in un set cinematografico, imponendo al mondo la visione di un catalogo di mobili shabby che farebbe invidia a “Mondo convenienza” oltre che la sofferenza dei loro bambini ridicolizzati.

Hanno cani e gatti consumati dalle coccole, stressati dalle centinaia di autoscatti e che, se potessero parlare, si augurerebbero la strada piuttosto che un’altra terribile effusione in favore di fotocamera.

Insomma, avrete capito da soli che il problema di tutta questa storia non è Chiara Ferragni, ma l’idea che chiunque possa pensare di essere Chiara Ferragni e vivere nel dolce saper fare niente, non sapendo nemmeno come si fa a non fare niente e facendosi pagare.

Grazie Chiara per aver reso visibili gli scemi della porta a fianco.

cBruce Springsteen: il Ligabue che ce l’ha fatta

Bruce Springsteen: il Ligabue che ce l’ha fatta

Boss è una parola che hanno in comune almeno tre categorie di persone: musicisti, mafiosi e datori di lavoro; di boss ne abbiamo conosciuti tanti, ma l’unico, eterno e inimitabile non è Totò Riina e neppure Oscar Farinetti, ma il solo e insuperabile Bruce Springsteen: la voce rauca del rock americano.

Chiamato da sempre il Boss, si racconta che veniva chiamato per le abilità stupefacenti che lo stesso avrebbe avuto nel gioco del Monopoli. E non stiamo scherzando.

Springsteen, nato a Long Branch che non è il finale scontato di un matrimonio tra una calabrese ed un napoletano, ma una cittadina del New Jersey, è l’uomo che ha inventato i concerti che finiscono per sfinimento e dei jeans strappati per calarsi in qualsiasi contesto.

Famoso per aver diffuso la parola born adoperandola in tutte le sue canzoni in stile writer innamorato del proprio nome, è anche il gestore di un’attività fiorente avviata qualche decennio prima da Elvis Presley: la raccolta indifferenziata di reggiseni.

Con 120 milioni di dischi venduti in tutto il mondo, 65 milioni solo negli Stati Uniti e una copia a Correggio, Bruce Springsteen è considerato un Luciano Ligabue con dieci anni di più, qualche abilità di scrittura e una buona voce.

Bruce Springsteen disegnato da Anna Francesca Schiraldi la Malvagia

Nel 1997 durante una tournee con tappa a Napoli, acclamato dai fan assediati sotto al teatro Augusteo, improvvisò un concerto da una finestrella; un evento che deluse tutti perché ci si aspettava una versione live di “’o latitante” al posto di un’improvvisata versione di “Thunder road”. Il boss infatti, fu scambiato dai passanti per un altro grande boss della canzone napoletana e dal nome anglosassone, Tommy Riccio.

“Nu latitante nun tene cchiu niente
Luntano rr’o bbene a nascuse da gente
Lurtimo amico a deventa importante
Pe fa nu regalo a chi aspett’e a papa”

Chiarito lo scambio di persona, al Boss, vennero comunque riservati applausi, baciate di mano, sfogliatelle, sfogliatelle a forma di reggiseni, reggiseni a forma di babà e pastiere bruciacchiate in onore del suo primo album “Born to run”.

Destinatario di 1 Oscar, 1 Tony Award, il Kennedy Center Honor per aver contributo alla diffusione della cultura degli Stati Uniti nel mondo, 20 Grammy e 2kg di cioccolata, questo artista straordinario ha saputo, con la forza della musica, imporre al pianeta un vero e proprio modo di vivere: l’alcolizzato ripulito.

Impegnato nella vendemmia, il 23 settembre 2020 ha compiuto 70 anni regalandosi un nuovo disco intitolato “Western Stars” che contiene il singolo “Letter to you” che segue al più introspettivo “Letter for me” che insieme e in vista del natale, diventeranno un cofanetto dal titolo “Letters for and from santa claus”. Alla tua salute Boss.

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Leonard Nimoy: un cattivo acconciato come Rita Pavone

Immaginatevi per un momento questa scena: tu sei un barbiere e c’hai un figlio che fa l’attore in una famosissima saga televisiva e cinematografica. Tuo figlio è diventato famosissimo per due ragioni: una, perché è bravissimo a fare il cattivo, la seconda, perché nella serie c’ha un taglio di capelli oggettivamente di merda.

Ora, a questo punto probabilmente avremmo dovuto scrivere una biografia su Max e non su Leonard Nimoy alias Signor Spock, a cui va riconosciuto il pregio di aver dovuto sopportare fino alla fine dei suoi giorni di vedere suo figlio acconciato come Rita Pavone.

Prima di Star Trek, Leonard era un attore come tanti; piccoli ruoli in altrettanto minuscole produzioni. Inaspettato il successo che lo colse grazie alla serie ideata da Gene Roddenberry, e da quello strano saluto con la mano che c’abbiamo provato tutti a farlo, deludendo noi stessi e i nostri genitori per l’impegno sprecato con il concepimento.

Leonard Nimoy disegnato da Anna Francesca Schiraldi la Malvagia

Una delle cose per cui Spock sarà quindi ricordato è appunto questo saluto, fonte di ispirazione per diverse altre serie, tra cui la stupenda “Mork e Mindy”, in cui Robin Williams col suo “nano nano” altro che non faceva che omaggiare il sig. Spock e il suo “Live Long And Prosper” in Star Trek.

Poeta, musicista e fotografo di Nimoy si ricorda in particolare anche la partecipazione alla serie “Missione Impossibile” dove interpreta un agente segreto con un passato da prestigiatore esperto di make-up. Ora vi starete chiedendo cosa centrino le due esperienze curriculari con le abilità che un agente segreto debba avere. Eppure è palese: il make-up perfetto, ti rende irriconoscibile! Fuggire travestito e truccato da Moira Orfei anche.

Fumatore incallito, uomo normale, dopo il successo di Start Trek, per sbarcare il lunario e comprare le sigarette si è ritrovato a fare diversi lavori distanti anni luce, questi sì, dalla finzione dello schermo; immaginatevi quindi il cattivissimo sig. Spock alla vostra porta, nel tentativo di vendervi aspirapolveri e frigoriferi o pronto ad installarvi un acquario! O ancora, salutarvi da lontano con la mano, mentre lasciate il negozio in cui avete appena comprato le crocchette per il vostro criceto, preso un gelato o lasciato il taxi all’aeroporto.

Che figata! Soprattutto pensando che in Italia tutto questo sarebbe potuto accadere con Fabrizio Bracconeri o Mauro Di Francesco. AIUTO!

Finito il periodo buio, Nimoy tornerà a brillare recitando in film e serie tv di assoluto successo quali “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, “My fair lady”, “Big bang theory”, “Il tenente Colombo”, “La soldatessa ci sta col coglionello”, “Space Gel, missione tra i capelli”, “il grande fratello vip 6” (n.d.r. qualche partecipazione attribuitagli potrebbe non essere vera).

Il vizio della sigaretta purtroppo, lo farà ammalare e il 27 febbraio del 2015 all’età di 83 anni, Leonard Simon Nimoy Spock, lascerà per l’ultima volta il suolo terrestre.

Addio e… Nano Nano.

Frida Khalo

Frida Khalo: icona accigliatissima dell’arte

Iconica e affascinante, Frida Khalo o semplicemente Freeeda perché se la nomini in pubblico devi avere una certa ampiezza nel pronunciare le vocali, è la pittrice messicana più famosa del mondo. E su questo non ci sono dubbi.

Celebrata più per la sua storia personale che per le sue opere, della pittrice purtroppo si considera più il personaggio che la sua arte.

Diventata infatti icona e oggetto di idolatria dei movimenti LGBTQI YPSLON, miniera d’oro per i venditori di poster a dieci euro, stampatori di borse per la spesa e missionari del kamasutra, Frida, all’anagrafe Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón, è anche il nome di una pizzeria di grido nella città di Palermo.

Da anni l’immagine di questa donna straordinaria è difatti divenuta un oggetto di consumo su larga scala; e se in casa pertanto non hai una foto di Frida Khalo intenta ad unire le sopracciglia in un’unica grande siepe, allora non sei veramente gay friendly! Lo dicono le principali ricerche scientifiche sull’omofobia, un’amica di nome Matilde e un accendino che ti guarda incazzato venduto a soli 12 euro.

Non si sa bene perché e quando, ma ad una certa, la triste storia personale della Khalo, vittima di un incidente autostradale che ne compromise l’esistenza, è divenuta, per via di alcune teorie sulla sua bisessualità e al pari dei cappottini per i Chihuahua, anch’essi messicani, elemento essenziale dell’orgoglio gay al punto da far passare in secondo piano la figura stessa dell’artista.

Frida Khalo disegnata da Anna Francesca Schiraldi la Malvagia

Orgoglio a parte, pensando a Frida, non si può dunque disconoscere l’idea che della fama e del talento nella cultura di massa sia rimasto ben poco in favore di un’isteria collettiva che tende a premiarne un’immagine presunta. Una storia falsata, al punto che se provi a chiedere ad uno qualsiasi dei suoi fans di parlare dei lavori artistici della stessa, la buttano in caciara parlando della malattia, dell’incidente e del marito traditore.

E questo, nel lungo periodo, diventa un po’ imbarazzante perché molto spesso queste risposte sono date da venditrici di femminismo incazzoso, da donne incazzose, eccetera eccetera e dunque, a farla breve, da persone incazzose che probabilmente della Khalo apprezzano più l’accigliatura che la professione.

In sostanza, presumibilmente, non sono delle vere e proprie femministe, donne o persone, ma semplicemente delle entità incazzose che vestono Desigual o moda mercatino dell’usato, semplicemente per assumere un’identità.

Qualsiasi essa sia.

p.s.

se volete inviare una protesta per questo testo scrivere una mail a esticazzi@ilmalvagio.it

Ettore Petrolini

Ettore Petrolini: il Re della comicità

In Italia in tema di comicità bisogna tenere a mente che tutto ciò che è stato inventato, prodotto, musicato, sceneggiato ha un nome, anzi tre e un cognome: Ettore Pasquale Antonio Petrolini.

Quella di Ettore Petrolini è la storia di una potenza comunicativa inarrivabile, una satira contro il potere attuale e unica, un’idea della comicità e un tempo della risata capace di conquistare il mondo.

Abile interprete del nonsense, fu un grande critico della società dell’epoca, delle sue mode e della cultura decadente.

Genio assoluto, con una mimica straordinaria ampiamente imitata da altrettanti attori e simulatori famosi quali Totò, Gigi Proietti, Franco Franchi, Totò Schillaci, Giulio Andreotti e persino Maurizia Paradiso; Petrolini era così avanti che se tornasse in vita, riscriverebbe ancora la comicità.

Facendo un passo indietro, pensate che in punto di morte, al medico che lo rassicurava sulle condizioni di salute, ebbe modo di dire: “meno male, così moro guarito”.

Praticamente un “47 morto che parla” che poi, neanche a farlo apposta, è un’opera teatrale dello stesso attore romano, riproposta sul grande schermo da Antonio De Curtis in arte Totò.

Quella del Principe della risata però è una grande opera d’ispirazione e di successo, un po’ come la riuscita “tanto pe’ cantà”, conosciuta ai più per l’interpretazione di Nino Manfredi a un Sanremo in bianco e nero o ancora “una gita a li castelli”, intesa “Nannì”, resa celebre dalla voce di Lando Fiorini.

Praticamente se fosse ancora in vita, Petrolini camperebbe coi ricavi del diritto d’autore e in particolare coi versamenti di Gigi Proietti!

Ettore Petrolini disegnato da Anna Francesca Schiraldi la Malvagia

Diversa invece è l’imitazione un tanto al chilo; se infatti vi è mai capitato di girare piccoli teatri scalcagnati, avrete sicuramente visto sulla scena, decine e decine di presunti Petrolini proporsi sulla pedana al ritmo di “Bravo! Grazie!!!” riuscendo, al contrario, in ciò che l’attore aveva compiuto con successo: dare spessore a delle macchiette.

Apprezzato a destra e a manca, riuscì nell’impresa di sbeffeggiare i fascisti e il Duce, durante la consegna di una medaglia al merito, che accolse con un derisorio «e io me ne fregio!». Non disconobbe mai però, l’ideologia fascista, anzi, ne sottolineò l’appartenenza, seppur, sinceramente, non sappiamo quanto volutamente.

Il destino in ogni caso, ironico quanto l’artista, con una delle prime bombe cadute su Roma nel 1943 e che colpì il cimitero del Verano, distrusse parte della sua tomba, la bara e il busto che lo raffigurava.