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Marco Pantani: il Pirata triste

Il Giro d’Italia è una corsa strana: è capace di portarti nell’Olimpo dei più grandi o di gettarti nel mucchio di quelli che non ce l’hanno fatta.

È un amante esigente, egoista che difficilmente si concede. Alle volte però cede, e il suo favore, ti consegna all’eternità.

Dal 2004 la tappa di montagna con la salita più impegnativa, quella che ti fa desiderare di aver scelto un altro sport per quanto è faticosa, prende il nome di Montagna Pantani.

Marco Pantani, che tutti conoscono come “Il Pirata”, quest’onore se l’è meritato con il sudore, la fatica e il dolore. È uno di quelli che si è sudato tutto ciò che ha ottenuto; grazie all’impegno e alla forza di volontà ha superato i momenti più difficili anche quando nessuno riusciva più a farlo.

Marco non è solo un ciclista: è un pungolo per tutti quelli che, schiacciati dalle difficoltà pensano di mollare perché no, non ne vale la pena soffrire così.

Quando credete che la vostra vita faccia schifo fate un salto al 1995:

immaginate di avere dato spettacolo nelle due grandi corse a tappe appena l’anno prima, di essere arrivati secondi al Giro d’Italia e terzi al Tour de France;

il mondo del ciclismo è pronto ad accogliervi come uno di quelli che scriverà la storia di questo sport per gli anni a venire.

Siamo in primavera, il periodo in cui i ciclisti “mettono benzina” nelle gambe in vista dei grandi appuntamenti.

 Durante un allenamento viene investito da un’auto ed è costretto al ricovero dovendo dire addio al Giro d’Italia.

La mazzata è di quelle che pesano ma Pantani e la sfortuna danzano insieme da una vita. Non è il primo incidente della sua carriera e non si lascerà smontare da un imprevisto.

Si rimette in sella non appena i medici lo dimettono e mette nel mirino il Tour de France: la corsa in terra francese, dopo averlo consacrato a livello internazionale l’anno prima, gli restituirà quello che la sfiga gli ha tolto.

Marco continua a soffrire i postumi dell’incidente ma non molla. La rabbia e la forza di volontà lo portano tra i primi 10, con buone possibilità di ambire ad un piazzamento sul podio.

Lentamente ma inesorabilmente riesce ad erodere il distacco dal leader della corsa ma qui, ancora una volta, subentra la sfortuna.

Il 18 luglio Fabio Casartelli muore in un incidente causato da una caduta di gruppo durante una discesa. La gara va avanti ma non per Pantani:

ha staccato la spina. Si piazza 13esimo nella classifica finale ma non gliene frega nulla.

 È morto un ragazzo, un amico, e loro hanno continuato a correre.

Nonostante questo, per il secondo anno consecutivo, vince la maglia bianca che è il riconoscimento dato al miglior giovane del Tour.

Dopo tante amarezze, il maledetto 1995 sembra finire bene per Marco: il terzo posto ai mondiali di Ciclismo in Colombia sembra solo l’antipasto di quello che sarà la prossima stagione.

Sembra ma non è così.

Durante la Milano-Torino viene investito insieme ad altri corridori da un fuoristrada: tibia e perone fratturati e per diverse settimane il rischio di dover addio al ciclismo e forse anche alla gamba.

Il Pirata, come lo chiamano i tifosi per il suo look, non si arrende nemmeno davanti a questa ennesima botta: dopo poco più di 5 mesi è di nuovo in pista e riprende a correre, più forte di prima.

 Non importa quello che la vita continua a scagliargli addosso, lui continua a correre. Deve farlo.

Questo la gente lo sente e per questo lo ama. Sempre di più.

Facciamo adesso un salto al 1998. Questo è l’anno migliore della carriera di Pantani. Per una volta la sfiga lo lascia in pace ed è libero di concentrarsi solo sulla vittoria.

Riesce a vincere sia il Giro che il Tour de France.

Erano 33 anni che un italiano non trionfava alla Grand Boucle.

Il Pirata diventa un fenomeno mediatico anche fuori dall’ambito sportivo: giornali, riviste, televisioni. Tutti lo vogliono, ne parlano, lo copiano.

 La sua Cesenatico è meta di pellegrinaggio per gli appassionati che sperano di incontrarlo e strappargli un autografo.

Marco sorride e si gode tutto questo affetto. Dopo tanta fatica e delusioni si sente pronto per segnare un’epoca del Ciclismo.

Non succederà

Il 5 giugno del 1999, viene sospeso dal Giro d’Italia a causa di valori fuori norma: era in maglia rosa.

L’immagine del Pirata che lascia la corsa mentre è circondato da una folla di giornalisti lascia ancora oggi una sensazione dolorosa in chi si ritrova a guardarla.

Sulla presunta positività al doping si dice tanto, forse troppo. Come troppi sono gli aspetti poco chiari di questa storia.

 Purtroppo, non saranno gli ultimi misteri che lo riguarderanno.

A detta di tutti la sua carriera finisce in quel momento.

Torna a gareggiare, ma non è più lo stesso. Troppe domande senza risposta gli impediscono di concentrarsi sulle gare.

Si sente vittima di un complotto e non sa darsi pace.

Sprofonda in un abisso di depressione, tradito e abbandonato da quel mondo a cui ha dedicato tutto sé stesso.

Nel febbraio del 2004 viene trovato morto in una camera di un residence di Rimini. L’autopsia parlerà di un’overdose da cocaina e psicofarmaci ma, sono troppe le circostanze che lasciano lecito spazio al dubbio e ancora oggi sono oggetto di inchieste.

La sua morte lascia sgomenta l’Italia intera. La stessa che lo ha prima idolatrato e poi abbandonato accusandolo di essere un dopato, uno che bara.

Il peso è stato troppo forte anche per uno come Pantani ed è lui stesso a dirlo in una dichiarazione del 1999 e che alla luce di quanto accadrà dopo è tristemente profetica: «Mi sono rialzato, dopo tanti infortuni, e sono tornato a correre. Questa volta, però, abbiamo toccato il fondo. Rialzarsi sarà per me molto difficile.»

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Nicolas Sarkozy: da nuovo Napoleone a imputato

Se nasci in Francia, hai ambizioni politiche e, soprattutto, sei di bassa statura essere accostati a Napoleone è praticamente un passo obbligato.

Se poi, al celebre personaggio ti accomuna la passione per i paesi stranieri, le donne e il carattere focoso fai prima ad andare all’anagrafe a farti cambiare il nome. Almeno per togliere la soddisfazione ai tuoi avversari di affibbiartelo.

Questa è la storia di un uomo che ha cominciato la sua scalata al potere come un semplice avvocato ed è arrivato fino all’Eliseo. Un uomo che è stato capace di imporsi con i potenti della Terra ma che poi ha finito per tornare al punto di partenza: un’aula di tribunale.

Questa è la storia di Nicolas Sarkozy, le nouveau Napoleon.

Nicolas Sarkozy è un uomo che ha vissuto tante vite in una. Nella prima è stato un avvocato di discreto successo. Ha sempre avuto il pallino della politica ma deve attendere quasi dieci anni per ricoprire la sua prima carica istituzionale: nel 1983 diventa sindaco di Neuilly-sur-Sein e da lì comincia la sua scalata.

In pochi anni diventa prima deputato all’Assemblea Nazionale e poi ricopre la carica di Ministro del Bilancio durante il governo Balladur. Tutto sembra essere in discesa per il buon Nicolas ma nel 1995 arriva la prima, grande battuta d’arresto: Balladur perde le presidenziali contro Jacques Chirac e per Sarkozy le cose si complicano.

Gli ci vogliono sette lunghi anni e un forte endorsement alla rielezione di Chirac per tornare alla ribalta. All’indomani della rielezione si parla di lui come prossimo primo ministro ma i tempi non sono ancora maturi e gli viene preferito Jean-Pierre Raffarin. Lo smacco è enorme ma Sarko non si perde d’animo e continua a lavorare: dal 2002 al 2007 ricopre diversi incarichi ministeriali, lavora a tutto spiano affinché il suo nome sia una costante nella mente dei Francesi. Nel frattempo sono cambiati i governi ma lui è sempre lì con un chiodo fisso: arrivare all’Eliseo e questa volta come padrone di casa.

A marzo del 2007 lascia il governo per dedicarsi a tempo pieno alla campagna presidenziale, sente che il suo momento è arrivato e non intende lasciare nulla d’intentato. I fatti gli danno ragione e, dopo aver battuto Segolene Royale al ballottaggio, il 6 maggio del 2007 diventa il 23° presidente della Repubblica Francese.

Da qui in poi comincia il delirio: i primi mesi lo vedono impegnato su tutti i fronti possibili, dalle emergenze umanitarie in Darfour fino alle politiche economiche europee. Arriva persino a autoinvitarsi alla riunione Ecofin al posto del ministro dell’economia per ridiscutere il rientro della Francia nei parametri di Maastricht. Tutto questo senza mai disdegnare lunghe interviste televisive.

Sia chiaro, mica per un eccesso di personalismo, vuole solo informare i Francesi che sta lavorando per loro.

Purtroppo non tutto gli riesce proprio benissimo. Supersarko, com’è stato nominato dai suoi detrattori, riesce in un’impresa che resterà negli annali. La riforma pensionistica che ha approntato, prevede l’innalzamento dell’anzianità per mezzo milione di lavoratori delle principali aziende pubbliche francesi. I lavoratori non l’accettano e proclamano il più grande sciopero generale francese dal 1995.

Sarkozy però è anche un uomo passionale e innamorato delle donne. Con già due matrimoni alle spalle, nel 2008 sposa la top model Carla Bruni. In fin dei conti quale istituzione non ha bisogno di un po’ di glamour?

Gli ultimi anni della sua presidenza sono caratterizzati dalla querelle con le famiglie delle vittime delle Brigate Rosse, per i cui membri rifugiatisi in Francia si dichiara disposto a concedere l’estradizione solo se l’Italia garantirà la grazia, e soprattutto per l’intervento militare in Libia.

Nessuna delle due cose gli giova granché, probabilmente i Francesi non si sono ancora scordati la faccenda delle pensioni o forse non hanno in grande simpatia la premier dame Carla, sempre più presente e ingombrante nelle decisioni del marito. Fatto sta che nel Marzo del 2012 viene sconfitto al primo turno nelle elezioni francesi per la corsa alla presidenza. Mai un presidente uscente era uscito perdente al primo turno.

Non fa in tempo a riprendersi dalla mazzata che, nel 2014, viene posto in stato di fermo a Nanterre dove si reca per essere ascoltato per un caso di corruzione. Anche in questo caso stabilisce un primato: mai un ex capo di stato francese era stato soggetto ad un simile provvedimento.

Ritenta la corsa alle presidenziali nel 2016 ma con scarso successo e anche per un uomo con il suo ego è troppo. Decide di ritirarsi a vita privata nella speranza di trovare la serenità che gli ultimi insuccessi gli hanno tolto.

Peccato che la magistratura non la pensi alla stessa maniera: nel 2018 viene arrestato e poi rilasciato dopo 25 ore di detenzione. L’accusa è di quelle che scuotono l’intero paese: finanziamenti illeciti da parte del leader libico Gheddafi.

Un anno dopo l’ennesima picconata alla sua immagine: viene rinviato a giudizio con l’accusa di aver corrotto un magistrato della Corte di Cassazione.

La parabola di Nicolas Paul Stéphane Sárközy de Nagy-Bócsa,  si conclude così in un’aula di tribunale. Da lì ha cominciato la sua scalata all’Eliseo come avvocato rampante e lì è tornato anche se in una veste differente.

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Sharon Tate: una fata in un mondo di orchi

In quella calda estate del 1969 Sharon sentiva di avercela fatta. Dopo anni di insicurezze, delusioni e cadute il mondo aveva finalmente cominciato a girare nel verso giusto. Non c’era uomo in America che non fosse innamorato di lei, persino le donne adoravano la sua bellezza così delicata e misteriosa. Aveva sposato l’uomo che amava e, anche se le cose tra loro erano un po’ burrascosa, era certa che il figlio che da lì a poche settimane sarebbe nato avrebbe risolto ogni cosa.

Questa è la storia di Sharon Tate: un fiore calpestato.

A guardarla da fuori, la vita di Sharon sembra perfetta: bella da mozzare il fiato, con una carriera prossima alla consacrazione e moglie di un regista eccentrico e visionario apprezzato in tutto il mondo come Roman Polanski.

Eppure Sharon si sente tutto fuorchè perfetta. Fin da piccola ha sempre fatto fatica a costruire rapporti duraturi a causa dei continui spostamenti di lavoro del padre, un ufficiale dell’esercito degli Stati Uniti. Si è sempre sentita come un petalo trasportato dal vento; è il destino a decidere la sua vita e lei può solo assecondarne i capricci.

Immaginate di trovarvi accanto a lei, in quell’agosto 1969; di poterle parlare, di conoscere quella diva che è diventata il simbolo dei favolosi anni ’60. Adesso togliete il glamour, il gossip, le luci della ribalta e tutta quella folla di amici, o presunti tali, che le gravitano attorno solo per vivere di luce riflessa. Troverete una donna fragile, insicura ma allo stesso tempo fiduciosa nella vita; una donna che non ha paura di rompere le convenzioni e di dichiarare apertamente che non bisogna prendersi troppo sul serio, tanto alla fine il destino fa quello che vuole.

Il successo, la fama, i soldi sono solo un corollario: tutto quello che Sharon desidera è vivere accanto a Roman e al suo bambino che sta per nascere. Ma Polanski è un uomo inquieto, che vuole, anzi no pretende, che la sua vita non venga stravolta. Non perchè non ami sua moglie o non sia felice del figlio in arrivo, ma lui ha sposato una hippy e non intende rinunciarvi. Questo per Sharon è un colpo al cuore ma, ancora una volta, accetta l’ennesima girandola del fato.

Adesso rubiamo un po’ dal cinema: ambientiamo la scena in una lussuosa villa di Los Angeles, per esattezza a Cielo Drive. Campo che stringe su Sharon di spalle che parla al telefono con il marito mentre fuma una sigaretta. Controcampo: il pancione è ormai evidente, siamo in pieno ottavo mese, zoom sull’espressione delusa di lei. Roman, a Londra per le riprese del suo ultimo film, ritarderà ancora il rientro a casa. Le promette che tornerà in tempo per la nascita e le suggerisce di andarsi a divertire, di non stare a casa a immalinconirsi come al solito. Sharon sbuffa ma acconsente, non può fare diversamente.

Cambio di scena: interno ristorante El Coyote. Sharon e alcuni amici cenano e si divertono ma, in fondo agli occhi, il rammarico per il ritardo di Polanski è evidente.

Ciò che accade dopo è purtroppo noto a tutti. Qui non servono le tecniche cinematografiche perché la storia stessa è stata oggetto di film più o meno riusciuti. Poco dopo essere tornati nella villa di Cielo Drive, la Tate e i suoi amici vengono aggrediti da alcuni membri della famigerata setta di Charles Manson. La furia di quegli invasati non conosce pietà e non lascia scampo a nessuno dei presenti. Sharon vede i suoi amici trucidati e implora di lasciarla vivere, prova a smuovere la compassione dei membri della famiglia Manson in ogni modo pur di salvare la vita del figlio non ancora nato. Ma la compassione è un sentimento che, a volte, illumina i cuori degli uomini e quella sera dell’8 agosto 1969 a Cielo Drive ci sono solo demoni assetati di sangue che spengono la vita di una donna innocente senza alcun rimorso.

Viene sepolta nel cimitero di Culver City, con il suo bimbo fra le braccia. Ha provato a proteggerlo in vita e continuerà a farlo per sempre.

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Giancarlo Siani: il giornalista che schiaffeggiava la camorra

Alcune storie vanno raccontate dalla fine per poterne comprendere l’importanza.

Un ragazzo sta guidando un’auto di un improbabile colore verde per le strade di Napoli in una calda notte di Settembre. Alla fine di una giornata di lavoro particolarmente stressante è appena arrivato a casa. Durante il tragitto ha pensato che finalmente i suoi sogni si stanno avverando: gli articoli scritti per il quotidiano Il Mattino gli sono valsi un contratto con lo storico quotidiano partenopeo e il libro, il suo primo libro, è ormai pronto per essere pubblicato.

Stanco ma soddisfatto, spegne il motore ma prima di scendere dall’auto intravede due sagome: la vita si interrompe con i colpi di pistola che squarciano il silenzio dell’afosa sera napoletana.

Quel ragazzo è Giancarlo Siani e la sua colpa è stata quella di cercare la verità.

Il terremoto in Irpinia del 1980 è stato lo spartiacque che ha permesso ad alcuni clan camorristici di fare un salto di qualità. Negli articoli per il Mattino, Giancarlo denuncia come si siano fatti stretti i legami tra la politica e Valentino Gionta, capo dell’omonimo clan.

Siani, seppur ancora giovanissimo, è un giornalista vecchia scuola: un segugio che quando fiuta la preda non la molla. Sa benissimo che le sue inchieste hanno lasciato il segno in ambienti pericolosi e che questo potrebbe avere delle conseguenze ma la cosa non lo ferma, anzi lo incoraggia ad andare avanti. Uno che da ragazzino aveva fondato il Movimento Democratico per il Diritto all’Informazione non si lascia intimorire facilmente.

Grazie al fiuto per le notizie e  al “battere” ogni pista, continua a infliggere colpi durissimi ai clan locali. Dalle colonne del suo giornale fa quello che ogni bravo cronista deve fare: informa, racconta una verità che tutti sanno ma che nessuno ha il coraggio di ammettere.

D’altronde lui la camorra la conosce bene, l’ha studiata e osservata da quando ha cominciato a scrivere di cronaca nera e ha collaborato con l’Osservatorio sulla Camorra.

Sono tempi duri quelli a Napoli: le tensioni tra la Nuova Camorra Organizzata di Cutolo e i vecchi clan stanno raggiungendo un apice che di lì a poco sfocerà in una guerra e l’ultima cosa che serve è un ragazzino che non riesce a stare zitto. Prima o poi bisognerà metterlo a tacere.

Le minacce cominciano ad arrivare, ma Giancarlo è testardo e non si ferma. Il 10 Giugno 1985 un suo articolo scuote dalle fondamenta la malavita napoletana e, probabilmente, sigla la sua condanna a morte. Nel pezzo Siani, analizzando l’arresto di Valentino Gionta, punta il dito contro i clan Nuvoletta e Bardellino: sono stati loro a fare in modo che il boss, diventato ormai ingestibile e troppo potente, venisse arrestato e poter così trovare un punto di incontro per meglio potersi concentrare contro gli uomini di Cutolo.

I Nuvoletta a far la parte degli “infami” agli occhi delle organizzazioni camorristiche non ci stanno: essere accusati di aver venduto un alleato è già un fatto grave, essere stati sbattuti in prima pagina è una catastrofe!

Siani diventa da quel momento un bersaglio. Ogni suo movimento viene seguito, studiato e annotato. Ne conoscono le abitudini, l’indirizzo di casa, il tragitto che fa per andare a lavoro e tornare a casa: è ormai questione di tempo e la faranno finita con quel giornalista rompiscatole.

Torniamo adesso all’inizio del nostro racconto, che è anche la fine di un giovane uomo coraggioso. Siamo a Napoli, in via Vincenzo Romanello: Giancarlo ha appena parcheggiato la sua Citroen Mehari sotto casa e si prepara a scendere, sono quasi le 9 di sera. Sarà per la stanchezza, per i tanti pensieri e progetti che gli affollano la mente o per la bravura di chi gli sta tendendo l’agguato ma lui non si accorge di nulla fino a che non è troppo tardi. Le sagome di cui abbiamo parlato si avvicinano in fretta e altrettanto in fretta si dileguano a bordo di una moto. L’esecuzione è brutale: Siani viene colpito da dieci colpi alla testa.

Ci vorranno dodici anni di indagini e processi per dare un nome a mandanti e sicari ma, dopo oltre trent’anni, ancora tanti dubbi avvolgono la sua morte.

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Joe Kennedy: la speranza delusa

Immaginate di far parte di una delle famiglie più importanti della storia recente. Di essere i discendenti di una stirpe di vincenti, capaci di ottenere tutto ciò che si possa desiderare: ricchezza, fama, potere, donne e persino la presidenza degli Stati Uniti.
Immaginate adesso di voler ripercorrere le orme dei vostri avi. Di partire alla conquista di un posto al sole, in fin dei conti vi spetta quasi per diritto di nascita, avendo tutte le condizioni per ottenerlo e di fallire clamorosamente.
Questa è la storia di Joseph, il primo Kennedy a perdere un’elezione.

Per Joseph Patrick Kennedy III, la politica è sempre stata una costante: suo padre è stato membro della Camera dei Rappresentanti per ben 12 anni e suo nonno, Bob Kennedy, è stato Procuratore Generale degli Stati Uniti durante la presidenza del fratello John Fitzgerald. Praticamente il nostro Joe è cresciuto con la convinzione che, se ti chiami Kennedy, prima o poi un seggio nel parlamento americano ti tocca.

Così, dopo essersi laureato ad Harvard, aver frequentato Stanford, essere stato nei Corpi di Pace nella Repubblica Dominicana, nel 2013 fa il suo debutto nel campo da giochi preferito della famiglia Kennedy: la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti. Diventa persino membro della Commissione Affari Esteri e del comitato per la scienza e la tecnologia.

Dal prozio Jfk, eredita il sorriso franco e diretto e le idee progressiste. Chi lo conosce lo descrive come un grande lavoratore, appassionato e completamente dedito al servizio del suo paese. Dopo tante tragedie, scandali e controversie la famiglia reale d’America sembra essere pronta a dare un nuovo protagonista alla vita pubblica e chissà che non sia la volta buona che alla Casa Bianca si torni a respirare un po’ di profumo d’Irlanda!

Si dice che alla soglia dei quarant’anni, spesso le persone vengano colpite da una sorta di crisi esistenziale: il tempo sembra sfuggire di mano, i traguardi sembrano alla portata eppure irraggiungibili e le occasioni perse appaiono imperdonabili. Joe è il nuovo che avanza. D’accordo, ha lo stesso nome del padre e del bisnonno ma questa non è colpa sua: scarsa fantasia onomastica e una famiglia dall’ego smisurato sono un mix che stroncherebbe chiunque. Chiunque ma non lui, che decide di rinverdire i fasti politici della famiglia. Basta con la camera dei rappresentanti, da adesso in poi si fa sul serio: si corre per il Senato!

Il Massachusets è storicamente il feudo dei Kennedy: mai nessuno della famiglia è stato sconfitto in una consultazione elettorale nello stato della baia. L’avversario di Joe alle primarie dei democratici è il vecchio leone Ed Markey, da 37 anni in politica e senatore uscente. I sondaggi parlano di un testa a testa ma Joe mantiene la convizione di vincere: è un Kennedy e non può esserci un parlamento senza uno di loro!

Arriviamo al 1 settembre 2020, il giorno della verità: Ed Markey, vince con il 53,5 % delle preferenze. Immaginate di essere nella testa di Joe, di andare con la mente a tutte le dichiarazioni rilasciate durante la campagna elettorale. Alla sicurezza mai apertamente confessata che il Massachusetts non avrebbe mai tradito un Kennedy. L’establishment democratico, capitanato dalla speaker della Camera Nancy Pelosi, lo voleva in Senato ma gli elettori gli hanno voltato le spalle preferendo Markey.

Ad aumentare la beffa, rendendo la prima sconfitta di un Kennedy in Massachusetts ancora più dolorosa è il fatto che, avendo corso per il Senato il povero Joe non potrà ricandidarsi per la camera dei Rappresentati: dal 1947 solo per due anni un esponente della famiglia più rappresentativa d’America non ha avuto un suo membro in Parlamento!

A suo modo, Joseph Patrick Kennedy III ha scritto la storia: voleva ridare slancio alla vita politica della famiglia ma è riuscito solo a distruggere l’aura di regalità e di vittoria che il suo cognome portava in dote.

In una delle sue prime interviste, ai tempi della campagna elettorale da deputato, disse che era entrato in politica non perché era un Kennedy ma nonostante questo. “Mio padre ha provato a dissuadermi – disse – mi ha detto di entrare in politica solo se fossi certo di volerlo, altrimenti sarebbe stata l’esperienza più brutale della mia vita”. Mai parole furono le furono più profetiche.

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Serlone II d’Altavilla: l’eroe dimenticato

Serlone e Brachi non erano amici, erano fratelli; siamo in sicilia intorno all’anno mille, la lotta tra normanni e saraceni infuria ed è impensabile anche solo pensare alla parola Pace. Serlone alias Serlone II d’Altavilla è un invincibile guerriero normanno su cui si narrano storie dai contorni sempre più leggendari. Tra queste, si racconta che nella battaglia di Cerami, capeggiando un drappello di soli 36 cavalieri riuscì nell’impresa di annientare un’armata di oltre tremila nemici.

Brachi, il cui vero nome è Ibrahim, è un soldato musulmano. Sono tempi difficili quelli intorno all’anno 1000 in Sicilia: se vieni catturato dalla fazione nemica, l’unica cosa che puoi fare è pregare che ti venga concessa una morte rapida. Non c’è alcuna possibilità che le cose finiscano diversamente. Così quando Brachi viene fatto prigioniero da una squadriglia di soldati normanni sa bene qual è il suo destino: morire per mano degli infedeli.

Non si sa bene quale divinità si sia mossa a compassione o quale capriccio abbia mosso il destino ma, poco prima che giustizino Brachi, arriva Serlone e gli salva la vita.

Chiunque altro provasse a fare una cosa simile farebbe compagnia sul patibolo al saraceno ma lui è il valoroso Serlone d’Altavilla e nessuno può contraddirlo.

Quasi incredulo che la sua testa  sia rimasta attaccata al corpo, Brachi si getta ai piedi di Serlone e gli giura imperitura fedeltà. Arrivano addirittura, mediante il rito del tirarsi le orecchie, a diventare fratelli adottivi: un normanno e un saraceno!

Sebbene nessuno osi dire in sua presenza qualcosa, le critiche sulla scelta dell’erede del casato degli Altavilla crescono a dismisura. Nessuno si fida di Brachi: è un saraceno e non appena sarà possibile pugnalerà alle spalle Serlone mostrando a tutti che non ci si può fidare di loro.

Al normanno le chiacchiere non interessano. Lui è un uomo d’onore e trova inconcepibile che qualcuno possa dubitare del suo fratello adottivo: la fede li divideva, la misericordia e l’onore li uniscono in un vincolo che nemmeno l’Altissimo potrà spezzare.

Il destino sa davvero essere beffardo. Non sappiamo se faccia tutto parte di un piano iniziale o semplicemente ad un certo punto Brachi apre gli occhi sulla realtà: lui è un musulmano, un saraceno che combatte per la gloria del Profeta e Serlone è lo sterminatore della sua gente, l’uomo più temuto tra le fila del sultano. In quella calda estate del 1072 Brachi lo avvisa che una pattuglia di sette cavalieri arabi sarebbe andata da Cerami ad Enna. Serlone non attende un istante e balza a cavallo per andare ad intercettarli insieme ad un piccolo manipolo di compagni. Pregusta già una vittoria lampo ma sopratutto la possibilità di zittire, una volta per tutte, chi ancora dubita di suo fratello.

Ma una volta arrivato nei pressi della cittadina di Nissoria lo spettacolo che gli si presenta davanti lo lascia tramortito. Non si tratta di una pattuglia di cavalieri, ma di un reggimento di oltre tremila soldati. In poco tempo viene avvistato dalle vedette e tutta quell’immensa massa di uomini si muove verso di lui con un solo scopo: ucciderlo nel modo più doloroso possibile.

Nonostante la consapevolezza di essere stato tradito dall’uomo che considerava un fratello, Serlone che riesce a rompere l’accerchiamento e riparare su una rupe sulla riva sinistra del fiume Salso. Con le forze centuplicate dalla rabbia per aver visto la sua fiducia derisa sfrutta la posizione sopraelevata per un ultimo, disperato tentativo di difesa. Sa bene che non uscirà vivo da quella valle ma, prima di andare al cospetto di Dio, ucciderà più saraceni possibili.

Nonostante i suoi sforzi e il considerevole numero di nemici abbattuti, il numero degli aggressori e troppo soverchiante. Ben presto i suoi compagni cadono uno dopo l’altro e lui rimasto solo non può far altro che morire urlando la sua rabbia verso chi lo ha tradito.

Ciò che accade dopo testimonia quanto Serlone fosse temuto e quanto significhi la sua morte per i guerrieri saraceni. Il suo cuore viene divorato per assorbirne il coraggio e la forza e la sua testa viene messa su una picca e fatta sfilare per le vie di Castrogiovanni: la Sicilia diventerà araba e questa vittoria lo dimostra!

L’eco della morte di Serlone arriva fino a Palermo, alla corte normanna. I fratelli giurano vendetta ma prima occorre rendere onore alle povere spoglie lasciate in balia degli animali. Giunti sul luogo dove il più grande degli Altavilla combatté l’ultima battaglia giurano vendetta e incidono su quella rupe di arenaria che raccolse gli ultimi istanti di vita dell’eroe normanno una gigantesca croce. Da quel momento quell’anonima roccia nella valle del Salso diventa la Pietra di Serlone.

Almeno fino agli anni 60 del secolo scorso. Il terreno su cui si ergeva e che da quasi un migliaio di anni portava la testimonianza di questa vicenda viene ceduto ad una ditta di estrazione di pietra arenaria e la Storia è costretta a cedere il passo agli affari: la rupe viene distrutta e con essa sparisce la traccia di uno dei più grandi combattenti del periodo normanno. Guerriero implacabile, uomo misericordioso, amico tradito.

Julius Oppenheimer: il peso atomico della coscienza

Julius Oppenheimer: il peso atomico della coscienza

A volte gli uomini raggiungono traguardi talmente importanti da passare alla Storia. Risultati che hanno il potere di cambiare non solo la vita di chi li ha conseguiti, ma quella del mondo intero. Tutto questo però ha un prezzo, come una sorta di esistenziale legge del taglione: ottenere qualcosa ma dover necessariamente rinunciare a una parte di se stessi

Quando Julius Robert Oppenheimer fu chiamato dal presidente degli Stati Uniti a dirigere il progetto Manhattan era il 1942: il mondo era lacerato dalla Seconda Guerra Mondiale e i due blocchi di potere contrapposti cercavano disperatamente di prevalere l’uno sull’altro. La Germania nazista di Adolf Hitler, forte del suo elevato grado di avanzamento tecnologico, aveva imposto alle truppe alleate uno stallo. Occorreva trovare una soluzione che sparigliasse le carte, che cambiasse i rapporti di forza: quella soluzione era la bomba atomica e il Progetto Manhattan la chiave per ottenerla.

Oppenheimer, a 38 anni, era uno dei fisici più brillanti della sua epoca. Figlio di un imprenditore ebreo immigrato in America dall’Assia, sentiva di dover dare il suo contributo per fermare il massacro di innocenti a cui Hitler aveva dato inizio e che minacciava di minare la libertà del mondo. Le truppe dell’Asse dovevano essere fermate.

Questa sua forte convinzione, il suo innato carisma e gli illimitati fondi messi a disposizione dal governo americano gli permisero di riunire sotto la sua guida i più brillanti scienziati del periodo con l’obiettivo di realizzare la più grande arma mai costruita dall’uomo: un ordigno a fissione nucleare.

Nel giro di pochi anni il frutto delle fatiche di tanti menti geniali così magistralmente dirette diede i suoi frutti. Nell’animo di Oppenheimer due sentimenti contrastanti si davano battaglia, rendendo vane le sue, poche, ore di sonno: da un lato vi era l’orgoglio dello scienziato che stava facendo la Storia, che aveva contribuito a creare qualcosa che pochi anni prima era solo ipotizzabile e che avrebbe cambiato le sorti della guerra; dall’altro vi era la disperazione lacerante dell’uomo, pienamente consapevole che aveva messo la Scienza al servizio della Guerra e che questo avrebbe avuto conseguenze spaventose, anche se necessarie.

Il 16 Luglio 1945, la bomba fu testata nel deserto del Nuovo Messico. Il Trinity Test, questo il nome in codice, fu un successo ma, mentre tutti festeggiavano, consapevoli di aver fatto un passo importante verso la conclusione del conflitto, Julius Oppenheimer era prostrato e sconvolto. Con la voce deformata dall’angoscia che gli opprimeva il petto, pronunciò la frase che lo rese celebre nella cultura popolare. Era una citazione da un libro sacro induista, il Bhagavadgītā : “Sono diventato Morte, il distruttore di mondi”.

Il 6 Agosto dello stesso anno, Little Boy, questo il nome in codice della bomba, alle 8,15 del mattino veniva sganciato e fatto esplodere sopra Hiroshima radendola al suolo. Questo avvenimento, unito al bombardamento di Nagasaki di tre giorni più tardi, segnò la fine della guerra.

L’unico commento di Oppenheimer fu quasi una profezia: “I fisici hanno conosciuto il peccato”.

La conclusione delle ostilità e l’annientamento dei nazisti infatti non furono sufficienti a placare la corsa agli armamenti. Bisognava creare un deterrente ancora più potente: un’arma che stabilizzasse gli equilibri e garantisse all’America il ruolo di attore principale sulla scena mondiale. Quell’arma era la bomba a idrogeno.

Fu in quel momento che nella mente di Robert Oppenheimer scattò qualcosa: non poteva più prendere parte a questo asservimento della Scienza alla guerra. La realizzazione della bomba H non avrebbe protetto l’America, ne avrebbe solo sporcato la coscienza.

La sua immagine, già messa in cattiva luce dalle sue prese di posizione, venne definitivamente distrutta dalla fazione scientifica interessata a prendersi la sua rivincita su quel fisico così stravagante. Venne raggiunto da un’inchiesta nel 1954 e subì l’onta di perdere l’accesso ai segreti perché in passato aveva manifestato simpatie comuniste. Soltanto la ribellione della comunità scientifica, guidata da Einstein, gli permise di mantenere la direzione dell’ Institute for Advanced Studies di Princeton.

Il Premio Enrico Fermi, consegnatogli nel 1963 fu una riabilitazione tardiva e inutile: Robert Julius Oppenheimer, l’uomo che aveva guidato l’America alla vittoria sui nazisti e accettato di incontrare l’Inferno per salvaguardare la Pace era già andato oltre ogni riconoscimento che quella comunità scientifica avida e opportunista poteva concedergli.

4 - John Scopes: il processo alla scimmia

John Scopes: il processo alla scimmia

Negli anni a venire, John Thomas Scopes, si sarà probabilmente chiesto chi glielo aveva fatto fare di scatenare un simile casino. Nato nella religiosissima America del 1900, il giovane John dalla sua fattoria di Paducah nel Kentucky si spostò ben presto in Illinois per poi, una volta cresciuto, ritornare a casa dove ottenne la laurea all’università locale.

In seguito, come nelle migliori tradizioni a stelle e strisce, John ripartì e questa volta per accettare un incarico come supplente occasionale e allenatore di football nel liceo della contea di Rhea a Dayton, nel Tennesee. Nel corso della sua vita avrà modo di pentirsene amaramente.

Il Tennessee fa parte di quella che viene definita la Bible Belt, la cintura della Bibbia, dove appunto Scopes, per tutta la carriera da insegnate, dovette scontrarsi con con il Tennessee’s Butler Act, una legge che vietava di insegnare la Teoria dell’Evoluzione di Charles Darwin nelle scuole pubbliche, perché in aperto contrasto con i principi creazionistici che imperavano in quel periodo.

Come detto, occasionalmente, John Scopes faceva da supplente. Ogni volta che accadeva, soprattutto durante le ore di biologia, non riusciva a fare a meno di chiedersi se fosse giusto continuare a insegnare ai ragazzi teorie che non avevano nulla di scientifico come i principi creazionistici. 

A risolvere i suoi dubbi e a dargli la spinta per intraprendere un percorso che lo porterà nei libri di storia fu l’incontro con i rappresentanti dell’American Civil Liberties Union (Unione Americana per i Diritti Civili ndr). Da tempo cercavano il modo di scardinare questo anacronismo nel sistema scolastico del Tennessee e, per questo, si offrivano di finanziare la difesa in tribunale per chiunque fosse stato accusato di aver insegnato Darwin.

Non sappiamo quanto durò il travaglio interiore di John ma di sicuro era uno a cui non piaceva obbedire alle ingiustizie: quella legge andava fermata. Così convinse alcuni dei suoi studenti a testimoniare di fronte ad un giudice che aveva spiegato ai suoi alunni che l’uomo discendeva dalla scimmia, che era frutto di un’evoluzione che affondava le sue radici in milioni di anni di storia e che, no, la Bibbia non doveva essere presa alla lettera in tutto e per tutto.

John Scopes aveva 24 anni e non aveva idea delle conseguenze che questo suo atto di disobbedienza avrebbe avuto.

A leggerne oggi, quello che fu definito lo Scopes Monkey Trial (il Processo alla Scimmia ndr) fa sorridere. Per il nostro John fu un vero e proprio inferno! Il processo si tenne a Dayton nel luglio del 1925 e fu uno dei primi processi mediatici della storia. Tutto il mondo voleva esserci per sapere come sarebbe andata a finire mentre, dentro e fuori dall’aula e in ogni angolo del paese, lo scontro tra creazionisti ed evoluzionisti si infiammava. Il processo fu il primo nella storia ad essere trasmesso in diretta radio e si protrasse per otto giorni.

Contrariamente a quello che il buon senso potrebbe dirci, John Thomas Scopes fu dichiarato colpevole e condannato a pagare l’astronomica, per l’epoca, cifra di 100 dollari. Sentenza successivamente rivista e annullata per vizio di forma.

L’immagine professionale di John ne uscì irrimediabilmente rovinata e divenne lo zimbello d’America. Perseguitato dalla stampa e dopo un altro tentativo, fortunatamente andato a vuoto, di essere messo nuovamente sotto processo disse addio al mondo dell’insegnamento e intraprese una carriera nel mondo dell’industria petrolifera.

Si spegnerà nel 1970, solo 5 anni dopo l’abolizione del Butler’s Act.

La vita di John Scopes merita di essere ricordata perché fu un disobbediente senza paura. Sfidò il bigottismo della Bible Belt americana pur di affermare un principio e ne fu distrutto professionalmente ed emotivamente.

La sua storia ci insegna a difendere le nostre opinioni e a non aver paura di lottare per esse. 

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Josip Ilicic: genio ancorato alla lampada (con podcast)

Ci sono persone che vanno in giro con un buco nel cuore, ferite talmente profonde che nemmeno il tempo, gli affetti o il successo riescono a rimarginare completamente. Le vedi andare avanti, sforzarsi di vivere normalmente ma, in fondo ai loro occhi, scorgi una presunta normalità frutto di un difficile lavoro da equilibristi e che a volte, con un singolo avvenimento crolla, portandosi dietro le fragili barriere dell’apparenza.

Il 10 marzo 2020, Josip Ilicic aveva il mondo ai suoi piedi. Il funambolico calciatore sloveno aveva appena giocato una partita strepitosa segnando 4 goal al Valencia nella gara di ritorno dei quarti di finale di Champions League. Con quella prestazione, oltre a regalare all’Atalanta un risultato storico, Ilicic si iscriveva di diritto nella ristrettissima cerchia di giocatori capaci di mettere a segno un poker di reti in una sola gara nella massima competizione calcistica continentale.

I giornali di tutta Europa lo esaltarono arrivando ad inserirlo nella lista dei possibili vincitori del Pallone d’Oro. Tutto andava a gonfie vele. Dopo anni di critiche feroci, e spesso ingiuste, per la sua discontinuità il talento sloveno era riuscito ad affermarsi e, insieme alla squadra di Bergamo, faceva paura a tutte le altre in lizza per la vittoria finale. Perfino il ricchissimo Paris Saint Germain, prossimo avversario, cominciava a preoccuparsi di quella schiacciasassi in maglia nerazzurra!

Ma Ilicic e Bergamo non hanno tempo per festeggiare: in un breve intervallo l’operosa città lombarda diventava il principale focolaio italiano di Covid-19. Le immagini dei morti, trasportati via dai camion dell’esercito, facevano il giro del mondo lasciando un segno profondo nell’immaginario collettivo. Josip è un ragazzo sensibile, fin troppo secondo chi lo conosce bene.

Nato a Prijedor, in Bosnia-Erzegovina, perde il padre a soli 7 mesi, ucciso da un vicino di origine serba durante le prime avvisaglie di quell’enorme conflitto etnico che diede luogo alla Guerra dei Balcani. Questa tragedia, unita a tensioni sempre più forti nei confronti delle famiglie di origine croata come la sua, lo porta a trovare rifugio in Slovenia ma ormai il danno è fatto: il buco ha cominciato a formarsi e lo accompagnerà nel corso di tutta la sua vita.

Gli anni passano, Josip cresce e dimostra un talento fuori dal comune con un pallone fra i piedi; delle sue qualità si innamora il presidente del Palermo Maurizio Zamparini che nel 2010 lo porta in Italia. A Palermo Ilicic alterna prestazioni da vero fuoriclasse a partite indolenti ma riesce a farsi amare dai tifosi che vedono in quello spilungone tanto sfrontato sul rettangolo di gioco quanto schivo e taciturno fuori, un giocatore come se ne vedono pochi.

Le strade con il Palermo si dividono e, dopo un’esperienza in chiaroscuro alla Fiorentina che ne offusca la stella, nel 2017 approda all’Atalanta fra l’indifferenza generale. A Bergamo però, il ragazzo di Prijedor, rinasce e riesce ad esprimere appieno tutte le sue potenzialità. Almeno fino a quella maledetta sera di marzo.

Le immagini di una Bergamo blindata, dove la gente continua a morire a centinaia ogni giorno si affollano nella sua mente. La città che lo ha adottato, che lo ha fatto sentire di nuovo un calciatore sta combattendo una guerra durissima e la sta perdendo. In quel momento, durante una quarantena che terrà l’Italia intera in casa, il buco si riapre.

Tornano le paure, le ansie, le incertezze di chi ha visto la propria infanzia e la propria innocenza spazzata via prima ancora di avere la possibilità di viverla. L’angoscia di un bambino che non ha mai conosciuto il padre, torna a farsi sentire e dal cuore infetta tutto il corpo.

Anche a quarantena finita, con le cose che lentamente tornano alla normalità, la situazione non migliora. Le gambe, come si dice in gergo calcistico, non girano e gli allenamenti sembrano un’inutile perdita di tempo. In poche settimane perde il posto nell’undici titolare per poi sparire anche dalla lista dei convocati.

Tutti si chiedono che fine abbia fatto, cosa sia successo, ma dall’Atalanta non trapela nulla. Solo dopo settimane di pressanti domande, per mettere a tacere tutte le strane congetture che sono nate intorno alla vicenda, viene fuori uno stringato messaggio che spiega come Ilicic abbia dei problemi personali e che, al momento, si trova in Slovenia con la famiglia. I tifosi si stringono intorno a lui facendogli sentire tutto il loro affetto attraverso i social.

La partita con il Psg si avvicina e senza di lui sarà ancora più difficile ma a nessuno importa. Josip, il funambolo con il buco nel cuore è uno di loro e loro lo aspetteranno a braccia aperte.

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Libero Grassi e le pantofole che misero paura alla mafia (con podcast)

Ci sono uomini che di fronte agli ostacoli cercano soluzioni per aggirarli, altri, spaventati, tornano indietro e poi ci sono quelli che non si fermano e che, quegli ostacoli, provano ad abbatterli, per liberare non solo il proprio cammino ma anche quello degli altri.
Quando a Libero Grassi chiesero denaro in cambio di protezione per la sua ditta, la Sigma, gli tornò alla mente il 1942, quando entrò in seminario per non combattere la guerra ingiusta delle truppe nazi-fasciste; quasi 50 anni dopo, fu lui stesso a dichiarare una guerra.

La richiesta del “contributo”, come la chiamavano quei due, fu uno schiaffo terribile per Grassi: la Sigma era la sua creatura, il più grande dei suoi figli e mai avrebbe potuto cedere ad un simile ricatto. Pagare, sarebbe stato umiliante, un modo come un altro per cedere le chiavi dello stabilimento tessile alla Mafia!
Il rifiuto avviò le rappresaglie tipiche del modus operandi mafioso: telefonate minacciose, atti vandalici e attentati alla proprietà.
Siamo negli anni ‘90 a Palermo e la Mafia è un’entità invisibile però maledettamente concreta: nessuno ne parla, nessuno la vede e tutti obbediscono; una sorta di catena alimentare: in cima i taglieggiatori che si nutrono, come parassiti, dei guadagni leciti degli imprenditori con la scusa di offrirgli protezione.
Tutti pagano, tutti stanno zitti e nessuno fa niente. Meglio tenere la testa bassa, pagare, pregare e sorridere. Libero Grassi però, non ce la faceva proprio a sorridere; non riusciva a tollerare quella richiesta da 50 milioni (di lire)! Un pensiero che lo faceva stare seduto. Con quale coraggio quei delinquenti, anzi no, quelle COSE INUTILI erano venuti a fargli una proposta del genere?

Nei giorni successivi al rifiuto le cose cominciarono a farsi complicate e la tentazione di darsi per vinto sarebbe stata irresistibile per chiunque. Per chiunque, ma non per Grassi che decide di non chinare la testa e continuare ad essere un uomo senza padroni e, come detto, forte al punto da dichiarare una guerra senza quartiere alla Mafia. La attaccò sia sul piano giuridico, denunciando il tentativo di estorsione alle autorità, sia su quello ideologico, sfidandola pubblicamente con una lettera aperta sul Giornale di Sicilia, dal titolo: “Caro estortore”. In quelle pagine del 10 Gennaio 1991, oltre a confermare nettamente il rifiuto, Grassi compie qualcosa di rivoluzionario, folle per le logiche dell’epoca: urlare i nomi dei suoi aguzzini. Solo chi ha vissuto e respirato la Palermo di quel periodo capirà nel profondo cosa significhi un gesto così eclatante: per una volta qualcuno aveva messo a nudo la Mafia.

Le reazioni non tardarono ad arrivare e fecero davvero male. Mentre in Italia si formava un movimento di opinione in favore dell’imprenditore, la sua terra, gli voltò le spalle. Il presidente di Sicindustria Salvatore Cozzo definisce la denuncia di Grassi una “tammuriata” che scredita l’immagine degli onesti imprenditori siciliani. Un giudice di Catania poi, tale Luigi Russo, arriverà a stabilire in una sentenza che non è reato pagare il pizzo, anzi, quasi fosse un costo che le imprese siciliane debbono preventivare.

Libero Grassi non si ferma, dai più importanti prosceni televisivi continua ad attaccare il nemico ma è chiaro a tutti l’abbandono al proprio destino. Anche se i suoi estorsori sono stati arrestati, qualcuno verrà a presentargli il conto ma, fino ad allora, più persone possibili dovranno sapere, dovranno prendere coscienza che la Mafia può e deve essere sconfitta. Che chi deve “calare le corna” non sono i cittadini onesti ma loro, parassiti di una società che non riesce a reagire.

Passano i mesi, i riflettori sulla vicenda cominciano progressivamente a spegnersi e Grassi, che non ha mai accettato la scorta offerta dallo Stato, è sempre più solo. Il 29 Agosto la Mafia decide di fare la sua mossa: l’imprenditore che aveva avuto la forza di dire di no, viene raggiunto da 5 colpi di pistola sotto casa. Aveva 67 anni e di lui, resta un manifesto sbiadito.

Quello che accadde dopo, le medaglie, le trasmissioni televisive, il cordoglio e il senso di colpa sono un’appendice di ipocrisia ad una morte che poteva e doveva essere evitata.

Libero Grassi, un uomo perbene sfidò un mostro che sembrava invincibile e meritava di meglio; aveva scelto il seminario per non combattere una guerra si ritrovò a farne una.

Con le sue parole, troviamo l’ispirazione per non doverci piegare mai più:

«Volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere. Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui.»