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Alda Merini: la luce nelle ombre

Nell’immaginario collettivo il talento è una benedizione. Le persone che lo possiedono sono viste con ammirazione, a volte con invidia per aver ricevuto quello che viene considerato un vero e proprio dono.

Eppure, il talento a volte può essere tutto fuorché una benedizione. Ti fa sentire incompreso, solo come se fossi distaccato dal resto del mondo che sembra sempre scorrere in una direzione opposta alla tua. Molti in questa solitudine trovano la forza di emergere e colmare le distanze con le persone, di andare incontro ad una realtà ai cui schemi non riescono ad abituarsi.

Per Alda Merini non fu così semplice. Un talento troppo grande per una mente messa a dura prova dalla vita fin troppe volte e per questo con un equilibrio precario.

Nata nel 1931 a Milano, Alda si trova fin da subito a dover venire a patti con le contraddizioni di una realtà che non riesce proprio ad accettarla: da un lato il padre Nemo, che le regala un dizionario e le insegna ogni giorno una nuova parola; dall’altro la madre Emilia, molto più severa e conservatrice che ritiene superfluo l’approfondimento culturale per una donna il cui unico scopo è quello di essere una buona moglie e madre.

La piccola Alda si trova a dover vivere tra due fuochi e nella sua testa scatta qualcosa. Ha una crisi mistica: comincia a portare il cilicio e esprime il desiderio di prendere i voti. Questo episodio è emblematico di tutta quella che sarà la vita della Merini: la madre non prende nemmeno in considerazione l’idea che il disagio della figlia possa essere psicologico e la riempie di vitamine.

Nonostante le incomprensioni e gli ostacoli che nel corso degli anni è costretta ad affrontare, ha un talento troppo grande per non essere notato. Grazie ad un’insegnante delle scuole medie riesce ad entrare in contatto con Giacinto Spagnoletti che decide di diventarne il mentore e aiutarla a crescere artisticamente.

Alda è poco più che una ragazzina ma il suo nome già comincia a circolare nei salotti letterari di Milano. Possiamo solo immaginare la sua felicità il giorno che torna a casa con una sua poesia recensita da Spagnoletti. Quello che non possiamo immaginare è il suo dolore quando, dopo averla mostrata al padre, questi la strappa perché non ritiene la poesia un mezzo di sussistenza.

La delusione è enorme. Proprio il padre che le ha insegnato ad amare le parole, a perdersi dentro il loro significato per creare qualcosa di nuovo e meraviglioso la tradisce nel modo più crudele.

In quel momento nella mente di Alda Merini, qualcosa si rompe. Iniziano quelle che lei definisce “le prime ombre della sua mente” che la costringeranno ad un mese di internamento al termine del quale le verrà diagnosticato un disturbo bipolare. Siamo nel 1947, ha solo 16 anni.

Negli anni successivi al ricovero la carriera della Merini riceve uno slancio incredibile. Nel 1953 viene pubblicata la sua prima raccolta “La Presenza di Orfeo” che la inserisce di diritto nel novero dei poeti emergenti del panorama italiano. Persino nomi della letteratura come Pier Paolo Pasolini o Luciano Erba la elogiano.

Alda sembra essersi affrancata dalla sofferenza: è serena e riesce a dare un significato al mondo con le sue parole e la gente la ama per questo.

Nello stesso periodo sposa Ettore Carniti, ma nel matrimonio non trova quello che andava cercando: diventata madre e con le incombenze di una famiglia a cui far fronte sente che la vita le ha tirato un ennesimo brutto scherzo. Continua a pubblicare ma i suoi libri non riscuotono lo stesso successo: la gente sembra essersi dimenticata di lei e il mondo riprende a perdere di significato.

Al termine dell’ennesima lite con il marito, nel 1965, viene chiamata un’ambulanza: la Merini viene ricoverata in manicomio. Questo segna definitivamente il percorso emotivo della scrittrice milanese che, seppur con periodi di pausa più o meno lunghi, frequenterà questo tipo di strutture per ben 14 anni.

Negli anni 80 Alda Merini, che pur non ha mai smesso di scrivere, ha perso fama e notorietà. A dispetto delle tempeste emotive che la investono, perderà sia il primo che il secondo marito nell’arco di 5 anni compone quello che viene considerato il suo capolavoro “La Terra Santa”. Meno successo avrà “Diario di una diversa”, un’opera nella quale racconterà la sua esperienza negli ospedali psichiatrici.

Il successo che le sfugge da una vita e che ha solo assaggiato in gioventù arriva negli anni 90: Alda Merini viene quasi riscoperta e la casa editrice Einaudi pubblica alcuni suoi libri. Giornali e televisioni si interessano a lei che, finalmente si sente compresa e accettata.

Gli ultimi anni sono segnati da una produzione letteraria incessante e da riconoscimenti importanti come il Librex Montale ma purtroppo la discesa della sua mente nelle ombre ha cominciato ad accelerare vertiginosamente.

Provata nell’animo e nel corpo dalle sofferenze di una vita che non le ha risparmiato nulla, si spegne il 1° novembre del 2009.

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Pier Paolo Pasolini: l’uomo dai mille volti

In una bella mattina di Novembre, una di quelle in cui l’autunno si ostina a resistere nel cedere il passo al freddo invernale, una donna esce di casa e fa una scoperta che sconvolgerà l’Italia.

Sono le sei e 30 del mattino e ci troviamo all’idroscalo di Ostia, in una pozza di sangue ormai rappreso la donna trova il cadavere di Pier Paolo Pasolini.

Pasolini il poeta della trasgressione, il giornalista scomodo, il regista d’avanguardia ha trovato la morte su una spiaggia poco fuori Roma in circostanze violente e misteriose.

Tante sono le illazioni che circolano nell’Italia degli anni ’70 sulla morte di colui che meglio di chiunque ha saputo raccontare il sottoproletariato romano.

Ma prima di raccontarne la fine, per meglio capire chi era l’uomo Pasolini prima ancora che l’artista occorre fare un passo indietro.

Nato a Bologna nel 1922, trascorre l’infanzia e l’adolescenza in Friuli. Fin dall’inizio è chiaro che Pier Paolo ha talento e sensibilità non comuni:

 a soli sei anni  compone  una raccolta di poesie e disegni. Sarà solo la prima di una lunga serie di opere infantili che saranno perse durante la seconda guerra mondiale

La guerra lascia un segno profondo in Pasolini e gli porterà via uno tra gli affetti più cari: il fratello Guido, ucciso dai partigiani.

Dopo uno scandalo giudiziario, solo il primo di una serie che proseguirà per tutta la vita, è costretto a lasciare il Friuli e, all’inizio degli anni 50, va a vivere a Roma.

La città eterna lo fa entrare in una nuova dimensione artistica: l’incontro con quell’umanità variopinta che abita le periferie della capitale, rappresenta una fonte inesauribile di ispirazione.

In quelle persone che si barcamenano per arrivare a fine giornata, con i loro modi di fare e il gergo così diversi da quelli del suo amato Friuli Pasolini trae un’energia che lo spinge a  cercare in tutti i modi di integrarsi, di fare sì che quel mondo diventi anche il suo.

Negli anni diventa un punto di riferimento per la classe intellettuale. Le analisi crude e a volte spietate sulla società e la politica hanno una grande risonanza. Che siano le colonne di un giornale, un evento pubblico, la prefazione di un libro non differenza: mette a nudo le ipocrisie di una società borghese che vuol fare la rivoluzione ma che porta in essa il germe stesso del fallimento.

Pur rimanendo fedele al primo amore, la scrittura, il suo spirito inquieto e ribelle lo spinge a cercare nuove direzioni: si cimenta con successo sia come giornalista che come sceneggiatore e regista. Anche qui, neanche a dirlo, dividendo ferocemente il pubblico tra chi lo osanna e chi lo critica fortemente.

Pierpaolo va avanti, nonostante tutto. Finisce spesso protagonista di fatti di cronaca nera e si ritrova a combattere contro un sistema che non riesce ad accettare appieno la sua visione non solo della vita, ma anche della società.

Alcuni non gli perdonano il fatto di essere dichiaratamente omosessuale, altri di non riuscirsi ad omologare al pensiero dominante.

Le critiche non lo toccano, anzi sono uno stimolo per cercare sempre nuove prospettive per comprendere la realtà, per trovare un senso in un periodo storico pieno di contraddizioni.

Non riesce a godersi il successo, la sua esistenza sembra sempre una costante ricerca di qualcosa che si trova sempre un passo più in là dell’orizzonte del comune sentire.

Arriviamo alla mattina del 2 novembre 1975. Sono passati oltre vent’anni da quando arrivò a Roma da Casarsa senza avere idea di cosa ne sarebbe stato di lui. Da allora tutto è cambiato. Ha combattuto e vinto tante battaglie: sia sociali che legali.

La sera prima, come molte altre volte secondo quanto riferito da chi lo conosce, va in giro in cerca di compagnia. Ad Ostia incontra un ragazzo, tale Giuseppe Pelosi e vanno a cena insieme. Da quel momento, su cosa accade esattamente non ci sono certezze.

Pelosi dichiarerà ai giudici di aver avuto un alterco con Pasolini dopo averne rifiutato le avances e che la situazione è degenerata al punto da causarne la morte. Anni dopo ritratterà la sua versione dichiarando di essere estraneo alla morte dello scrittore e che sarebbero stati due uomini dal forte accento siciliano ad ucciderlo.

Quel che è certo è che in quell’anonima parte di Ostia, Pier Paolo è stato prima pestato e poi investito ripetutamente con la sua stessa auto.

Sarà l’attore Ninetto Davoli, suo grande amico a identificarne il corpo.

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Marco Pantani: il Pirata triste

Il Giro d’Italia è una corsa strana: è capace di portarti nell’Olimpo dei più grandi o di gettarti nel mucchio di quelli che non ce l’hanno fatta.

È un amante esigente, egoista che difficilmente si concede. Alle volte però cede, e il suo favore, ti consegna all’eternità.

Dal 2004 la tappa di montagna con la salita più impegnativa, quella che ti fa desiderare di aver scelto un altro sport per quanto è faticosa, prende il nome di Montagna Pantani.

Marco Pantani, che tutti conoscono come “Il Pirata”, quest’onore se l’è meritato con il sudore, la fatica e il dolore. È uno di quelli che si è sudato tutto ciò che ha ottenuto; grazie all’impegno e alla forza di volontà ha superato i momenti più difficili anche quando nessuno riusciva più a farlo.

Marco non è solo un ciclista: è un pungolo per tutti quelli che, schiacciati dalle difficoltà pensano di mollare perché no, non ne vale la pena soffrire così.

Quando credete che la vostra vita faccia schifo fate un salto al 1995:

immaginate di avere dato spettacolo nelle due grandi corse a tappe appena l’anno prima, di essere arrivati secondi al Giro d’Italia e terzi al Tour de France;

il mondo del ciclismo è pronto ad accogliervi come uno di quelli che scriverà la storia di questo sport per gli anni a venire.

Siamo in primavera, il periodo in cui i ciclisti “mettono benzina” nelle gambe in vista dei grandi appuntamenti.

 Durante un allenamento viene investito da un’auto ed è costretto al ricovero dovendo dire addio al Giro d’Italia.

La mazzata è di quelle che pesano ma Pantani e la sfortuna danzano insieme da una vita. Non è il primo incidente della sua carriera e non si lascerà smontare da un imprevisto.

Si rimette in sella non appena i medici lo dimettono e mette nel mirino il Tour de France: la corsa in terra francese, dopo averlo consacrato a livello internazionale l’anno prima, gli restituirà quello che la sfiga gli ha tolto.

Marco continua a soffrire i postumi dell’incidente ma non molla. La rabbia e la forza di volontà lo portano tra i primi 10, con buone possibilità di ambire ad un piazzamento sul podio.

Lentamente ma inesorabilmente riesce ad erodere il distacco dal leader della corsa ma qui, ancora una volta, subentra la sfortuna.

Il 18 luglio Fabio Casartelli muore in un incidente causato da una caduta di gruppo durante una discesa. La gara va avanti ma non per Pantani:

ha staccato la spina. Si piazza 13esimo nella classifica finale ma non gliene frega nulla.

 È morto un ragazzo, un amico, e loro hanno continuato a correre.

Nonostante questo, per il secondo anno consecutivo, vince la maglia bianca che è il riconoscimento dato al miglior giovane del Tour.

Dopo tante amarezze, il maledetto 1995 sembra finire bene per Marco: il terzo posto ai mondiali di Ciclismo in Colombia sembra solo l’antipasto di quello che sarà la prossima stagione.

Sembra ma non è così.

Durante la Milano-Torino viene investito insieme ad altri corridori da un fuoristrada: tibia e perone fratturati e per diverse settimane il rischio di dover addio al ciclismo e forse anche alla gamba.

Il Pirata, come lo chiamano i tifosi per il suo look, non si arrende nemmeno davanti a questa ennesima botta: dopo poco più di 5 mesi è di nuovo in pista e riprende a correre, più forte di prima.

 Non importa quello che la vita continua a scagliargli addosso, lui continua a correre. Deve farlo.

Questo la gente lo sente e per questo lo ama. Sempre di più.

Facciamo adesso un salto al 1998. Questo è l’anno migliore della carriera di Pantani. Per una volta la sfiga lo lascia in pace ed è libero di concentrarsi solo sulla vittoria.

Riesce a vincere sia il Giro che il Tour de France.

Erano 33 anni che un italiano non trionfava alla Grand Boucle.

Il Pirata diventa un fenomeno mediatico anche fuori dall’ambito sportivo: giornali, riviste, televisioni. Tutti lo vogliono, ne parlano, lo copiano.

 La sua Cesenatico è meta di pellegrinaggio per gli appassionati che sperano di incontrarlo e strappargli un autografo.

Marco sorride e si gode tutto questo affetto. Dopo tanta fatica e delusioni si sente pronto per segnare un’epoca del Ciclismo.

Non succederà

Il 5 giugno del 1999, viene sospeso dal Giro d’Italia a causa di valori fuori norma: era in maglia rosa.

L’immagine del Pirata che lascia la corsa mentre è circondato da una folla di giornalisti lascia ancora oggi una sensazione dolorosa in chi si ritrova a guardarla.

Sulla presunta positività al doping si dice tanto, forse troppo. Come troppi sono gli aspetti poco chiari di questa storia.

 Purtroppo, non saranno gli ultimi misteri che lo riguarderanno.

A detta di tutti la sua carriera finisce in quel momento.

Torna a gareggiare, ma non è più lo stesso. Troppe domande senza risposta gli impediscono di concentrarsi sulle gare.

Si sente vittima di un complotto e non sa darsi pace.

Sprofonda in un abisso di depressione, tradito e abbandonato da quel mondo a cui ha dedicato tutto sé stesso.

Nel febbraio del 2004 viene trovato morto in una camera di un residence di Rimini. L’autopsia parlerà di un’overdose da cocaina e psicofarmaci ma, sono troppe le circostanze che lasciano lecito spazio al dubbio e ancora oggi sono oggetto di inchieste.

La sua morte lascia sgomenta l’Italia intera. La stessa che lo ha prima idolatrato e poi abbandonato accusandolo di essere un dopato, uno che bara.

Il peso è stato troppo forte anche per uno come Pantani ed è lui stesso a dirlo in una dichiarazione del 1999 e che alla luce di quanto accadrà dopo è tristemente profetica: «Mi sono rialzato, dopo tanti infortuni, e sono tornato a correre. Questa volta, però, abbiamo toccato il fondo. Rialzarsi sarà per me molto difficile.»

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Nicolas Sarkozy: da nuovo Napoleone a imputato

Se nasci in Francia, hai ambizioni politiche e, soprattutto, sei di bassa statura essere accostati a Napoleone è praticamente un passo obbligato.

Se poi, al celebre personaggio ti accomuna la passione per i paesi stranieri, le donne e il carattere focoso fai prima ad andare all’anagrafe a farti cambiare il nome. Almeno per togliere la soddisfazione ai tuoi avversari di affibbiartelo.

Questa è la storia di un uomo che ha cominciato la sua scalata al potere come un semplice avvocato ed è arrivato fino all’Eliseo. Un uomo che è stato capace di imporsi con i potenti della Terra ma che poi ha finito per tornare al punto di partenza: un’aula di tribunale.

Questa è la storia di Nicolas Sarkozy, le nouveau Napoleon.

Nicolas Sarkozy è un uomo che ha vissuto tante vite in una. Nella prima è stato un avvocato di discreto successo. Ha sempre avuto il pallino della politica ma deve attendere quasi dieci anni per ricoprire la sua prima carica istituzionale: nel 1983 diventa sindaco di Neuilly-sur-Sein e da lì comincia la sua scalata.

In pochi anni diventa prima deputato all’Assemblea Nazionale e poi ricopre la carica di Ministro del Bilancio durante il governo Balladur. Tutto sembra essere in discesa per il buon Nicolas ma nel 1995 arriva la prima, grande battuta d’arresto: Balladur perde le presidenziali contro Jacques Chirac e per Sarkozy le cose si complicano.

Gli ci vogliono sette lunghi anni e un forte endorsement alla rielezione di Chirac per tornare alla ribalta. All’indomani della rielezione si parla di lui come prossimo primo ministro ma i tempi non sono ancora maturi e gli viene preferito Jean-Pierre Raffarin. Lo smacco è enorme ma Sarko non si perde d’animo e continua a lavorare: dal 2002 al 2007 ricopre diversi incarichi ministeriali, lavora a tutto spiano affinché il suo nome sia una costante nella mente dei Francesi. Nel frattempo sono cambiati i governi ma lui è sempre lì con un chiodo fisso: arrivare all’Eliseo e questa volta come padrone di casa.

A marzo del 2007 lascia il governo per dedicarsi a tempo pieno alla campagna presidenziale, sente che il suo momento è arrivato e non intende lasciare nulla d’intentato. I fatti gli danno ragione e, dopo aver battuto Segolene Royale al ballottaggio, il 6 maggio del 2007 diventa il 23° presidente della Repubblica Francese.

Da qui in poi comincia il delirio: i primi mesi lo vedono impegnato su tutti i fronti possibili, dalle emergenze umanitarie in Darfour fino alle politiche economiche europee. Arriva persino a autoinvitarsi alla riunione Ecofin al posto del ministro dell’economia per ridiscutere il rientro della Francia nei parametri di Maastricht. Tutto questo senza mai disdegnare lunghe interviste televisive.

Sia chiaro, mica per un eccesso di personalismo, vuole solo informare i Francesi che sta lavorando per loro.

Purtroppo non tutto gli riesce proprio benissimo. Supersarko, com’è stato nominato dai suoi detrattori, riesce in un’impresa che resterà negli annali. La riforma pensionistica che ha approntato, prevede l’innalzamento dell’anzianità per mezzo milione di lavoratori delle principali aziende pubbliche francesi. I lavoratori non l’accettano e proclamano il più grande sciopero generale francese dal 1995.

Sarkozy però è anche un uomo passionale e innamorato delle donne. Con già due matrimoni alle spalle, nel 2008 sposa la top model Carla Bruni. In fin dei conti quale istituzione non ha bisogno di un po’ di glamour?

Gli ultimi anni della sua presidenza sono caratterizzati dalla querelle con le famiglie delle vittime delle Brigate Rosse, per i cui membri rifugiatisi in Francia si dichiara disposto a concedere l’estradizione solo se l’Italia garantirà la grazia, e soprattutto per l’intervento militare in Libia.

Nessuna delle due cose gli giova granché, probabilmente i Francesi non si sono ancora scordati la faccenda delle pensioni o forse non hanno in grande simpatia la premier dame Carla, sempre più presente e ingombrante nelle decisioni del marito. Fatto sta che nel Marzo del 2012 viene sconfitto al primo turno nelle elezioni francesi per la corsa alla presidenza. Mai un presidente uscente era uscito perdente al primo turno.

Non fa in tempo a riprendersi dalla mazzata che, nel 2014, viene posto in stato di fermo a Nanterre dove si reca per essere ascoltato per un caso di corruzione. Anche in questo caso stabilisce un primato: mai un ex capo di stato francese era stato soggetto ad un simile provvedimento.

Ritenta la corsa alle presidenziali nel 2016 ma con scarso successo e anche per un uomo con il suo ego è troppo. Decide di ritirarsi a vita privata nella speranza di trovare la serenità che gli ultimi insuccessi gli hanno tolto.

Peccato che la magistratura non la pensi alla stessa maniera: nel 2018 viene arrestato e poi rilasciato dopo 25 ore di detenzione. L’accusa è di quelle che scuotono l’intero paese: finanziamenti illeciti da parte del leader libico Gheddafi.

Un anno dopo l’ennesima picconata alla sua immagine: viene rinviato a giudizio con l’accusa di aver corrotto un magistrato della Corte di Cassazione.

La parabola di Nicolas Paul Stéphane Sárközy de Nagy-Bócsa,  si conclude così in un’aula di tribunale. Da lì ha cominciato la sua scalata all’Eliseo come avvocato rampante e lì è tornato anche se in una veste differente.

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Sharon Tate: una fata in un mondo di orchi

In quella calda estate del 1969 Sharon sentiva di avercela fatta. Dopo anni di insicurezze, delusioni e cadute il mondo aveva finalmente cominciato a girare nel verso giusto. Non c’era uomo in America che non fosse innamorato di lei, persino le donne adoravano la sua bellezza così delicata e misteriosa. Aveva sposato l’uomo che amava e, anche se le cose tra loro erano un po’ burrascosa, era certa che il figlio che da lì a poche settimane sarebbe nato avrebbe risolto ogni cosa.

Questa è la storia di Sharon Tate: un fiore calpestato.

A guardarla da fuori, la vita di Sharon sembra perfetta: bella da mozzare il fiato, con una carriera prossima alla consacrazione e moglie di un regista eccentrico e visionario apprezzato in tutto il mondo come Roman Polanski.

Eppure Sharon si sente tutto fuorchè perfetta. Fin da piccola ha sempre fatto fatica a costruire rapporti duraturi a causa dei continui spostamenti di lavoro del padre, un ufficiale dell’esercito degli Stati Uniti. Si è sempre sentita come un petalo trasportato dal vento; è il destino a decidere la sua vita e lei può solo assecondarne i capricci.

Immaginate di trovarvi accanto a lei, in quell’agosto 1969; di poterle parlare, di conoscere quella diva che è diventata il simbolo dei favolosi anni ’60. Adesso togliete il glamour, il gossip, le luci della ribalta e tutta quella folla di amici, o presunti tali, che le gravitano attorno solo per vivere di luce riflessa. Troverete una donna fragile, insicura ma allo stesso tempo fiduciosa nella vita; una donna che non ha paura di rompere le convenzioni e di dichiarare apertamente che non bisogna prendersi troppo sul serio, tanto alla fine il destino fa quello che vuole.

Il successo, la fama, i soldi sono solo un corollario: tutto quello che Sharon desidera è vivere accanto a Roman e al suo bambino che sta per nascere. Ma Polanski è un uomo inquieto, che vuole, anzi no pretende, che la sua vita non venga stravolta. Non perchè non ami sua moglie o non sia felice del figlio in arrivo, ma lui ha sposato una hippy e non intende rinunciarvi. Questo per Sharon è un colpo al cuore ma, ancora una volta, accetta l’ennesima girandola del fato.

Adesso rubiamo un po’ dal cinema: ambientiamo la scena in una lussuosa villa di Los Angeles, per esattezza a Cielo Drive. Campo che stringe su Sharon di spalle che parla al telefono con il marito mentre fuma una sigaretta. Controcampo: il pancione è ormai evidente, siamo in pieno ottavo mese, zoom sull’espressione delusa di lei. Roman, a Londra per le riprese del suo ultimo film, ritarderà ancora il rientro a casa. Le promette che tornerà in tempo per la nascita e le suggerisce di andarsi a divertire, di non stare a casa a immalinconirsi come al solito. Sharon sbuffa ma acconsente, non può fare diversamente.

Cambio di scena: interno ristorante El Coyote. Sharon e alcuni amici cenano e si divertono ma, in fondo agli occhi, il rammarico per il ritardo di Polanski è evidente.

Ciò che accade dopo è purtroppo noto a tutti. Qui non servono le tecniche cinematografiche perché la storia stessa è stata oggetto di film più o meno riusciuti. Poco dopo essere tornati nella villa di Cielo Drive, la Tate e i suoi amici vengono aggrediti da alcuni membri della famigerata setta di Charles Manson. La furia di quegli invasati non conosce pietà e non lascia scampo a nessuno dei presenti. Sharon vede i suoi amici trucidati e implora di lasciarla vivere, prova a smuovere la compassione dei membri della famiglia Manson in ogni modo pur di salvare la vita del figlio non ancora nato. Ma la compassione è un sentimento che, a volte, illumina i cuori degli uomini e quella sera dell’8 agosto 1969 a Cielo Drive ci sono solo demoni assetati di sangue che spengono la vita di una donna innocente senza alcun rimorso.

Viene sepolta nel cimitero di Culver City, con il suo bimbo fra le braccia. Ha provato a proteggerlo in vita e continuerà a farlo per sempre.

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Giancarlo Siani: il giornalista che schiaffeggiava la camorra

Alcune storie vanno raccontate dalla fine per poterne comprendere l’importanza.

Un ragazzo sta guidando un’auto di un improbabile colore verde per le strade di Napoli in una calda notte di Settembre. Alla fine di una giornata di lavoro particolarmente stressante è appena arrivato a casa. Durante il tragitto ha pensato che finalmente i suoi sogni si stanno avverando: gli articoli scritti per il quotidiano Il Mattino gli sono valsi un contratto con lo storico quotidiano partenopeo e il libro, il suo primo libro, è ormai pronto per essere pubblicato.

Stanco ma soddisfatto, spegne il motore ma prima di scendere dall’auto intravede due sagome: la vita si interrompe con i colpi di pistola che squarciano il silenzio dell’afosa sera napoletana.

Quel ragazzo è Giancarlo Siani e la sua colpa è stata quella di cercare la verità.

Il terremoto in Irpinia del 1980 è stato lo spartiacque che ha permesso ad alcuni clan camorristici di fare un salto di qualità. Negli articoli per il Mattino, Giancarlo denuncia come si siano fatti stretti i legami tra la politica e Valentino Gionta, capo dell’omonimo clan.

Siani, seppur ancora giovanissimo, è un giornalista vecchia scuola: un segugio che quando fiuta la preda non la molla. Sa benissimo che le sue inchieste hanno lasciato il segno in ambienti pericolosi e che questo potrebbe avere delle conseguenze ma la cosa non lo ferma, anzi lo incoraggia ad andare avanti. Uno che da ragazzino aveva fondato il Movimento Democratico per il Diritto all’Informazione non si lascia intimorire facilmente.

Grazie al fiuto per le notizie e  al “battere” ogni pista, continua a infliggere colpi durissimi ai clan locali. Dalle colonne del suo giornale fa quello che ogni bravo cronista deve fare: informa, racconta una verità che tutti sanno ma che nessuno ha il coraggio di ammettere.

D’altronde lui la camorra la conosce bene, l’ha studiata e osservata da quando ha cominciato a scrivere di cronaca nera e ha collaborato con l’Osservatorio sulla Camorra.

Sono tempi duri quelli a Napoli: le tensioni tra la Nuova Camorra Organizzata di Cutolo e i vecchi clan stanno raggiungendo un apice che di lì a poco sfocerà in una guerra e l’ultima cosa che serve è un ragazzino che non riesce a stare zitto. Prima o poi bisognerà metterlo a tacere.

Le minacce cominciano ad arrivare, ma Giancarlo è testardo e non si ferma. Il 10 Giugno 1985 un suo articolo scuote dalle fondamenta la malavita napoletana e, probabilmente, sigla la sua condanna a morte. Nel pezzo Siani, analizzando l’arresto di Valentino Gionta, punta il dito contro i clan Nuvoletta e Bardellino: sono stati loro a fare in modo che il boss, diventato ormai ingestibile e troppo potente, venisse arrestato e poter così trovare un punto di incontro per meglio potersi concentrare contro gli uomini di Cutolo.

I Nuvoletta a far la parte degli “infami” agli occhi delle organizzazioni camorristiche non ci stanno: essere accusati di aver venduto un alleato è già un fatto grave, essere stati sbattuti in prima pagina è una catastrofe!

Siani diventa da quel momento un bersaglio. Ogni suo movimento viene seguito, studiato e annotato. Ne conoscono le abitudini, l’indirizzo di casa, il tragitto che fa per andare a lavoro e tornare a casa: è ormai questione di tempo e la faranno finita con quel giornalista rompiscatole.

Torniamo adesso all’inizio del nostro racconto, che è anche la fine di un giovane uomo coraggioso. Siamo a Napoli, in via Vincenzo Romanello: Giancarlo ha appena parcheggiato la sua Citroen Mehari sotto casa e si prepara a scendere, sono quasi le 9 di sera. Sarà per la stanchezza, per i tanti pensieri e progetti che gli affollano la mente o per la bravura di chi gli sta tendendo l’agguato ma lui non si accorge di nulla fino a che non è troppo tardi. Le sagome di cui abbiamo parlato si avvicinano in fretta e altrettanto in fretta si dileguano a bordo di una moto. L’esecuzione è brutale: Siani viene colpito da dieci colpi alla testa.

Ci vorranno dodici anni di indagini e processi per dare un nome a mandanti e sicari ma, dopo oltre trent’anni, ancora tanti dubbi avvolgono la sua morte.

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Joe Kennedy: la speranza delusa

Immaginate di far parte di una delle famiglie più importanti della storia recente. Di essere i discendenti di una stirpe di vincenti, capaci di ottenere tutto ciò che si possa desiderare: ricchezza, fama, potere, donne e persino la presidenza degli Stati Uniti.
Immaginate adesso di voler ripercorrere le orme dei vostri avi. Di partire alla conquista di un posto al sole, in fin dei conti vi spetta quasi per diritto di nascita, avendo tutte le condizioni per ottenerlo e di fallire clamorosamente.
Questa è la storia di Joseph, il primo Kennedy a perdere un’elezione.

Per Joseph Patrick Kennedy III, la politica è sempre stata una costante: suo padre è stato membro della Camera dei Rappresentanti per ben 12 anni e suo nonno, Bob Kennedy, è stato Procuratore Generale degli Stati Uniti durante la presidenza del fratello John Fitzgerald. Praticamente il nostro Joe è cresciuto con la convinzione che, se ti chiami Kennedy, prima o poi un seggio nel parlamento americano ti tocca.

Così, dopo essersi laureato ad Harvard, aver frequentato Stanford, essere stato nei Corpi di Pace nella Repubblica Dominicana, nel 2013 fa il suo debutto nel campo da giochi preferito della famiglia Kennedy: la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti. Diventa persino membro della Commissione Affari Esteri e del comitato per la scienza e la tecnologia.

Dal prozio Jfk, eredita il sorriso franco e diretto e le idee progressiste. Chi lo conosce lo descrive come un grande lavoratore, appassionato e completamente dedito al servizio del suo paese. Dopo tante tragedie, scandali e controversie la famiglia reale d’America sembra essere pronta a dare un nuovo protagonista alla vita pubblica e chissà che non sia la volta buona che alla Casa Bianca si torni a respirare un po’ di profumo d’Irlanda!

Si dice che alla soglia dei quarant’anni, spesso le persone vengano colpite da una sorta di crisi esistenziale: il tempo sembra sfuggire di mano, i traguardi sembrano alla portata eppure irraggiungibili e le occasioni perse appaiono imperdonabili. Joe è il nuovo che avanza. D’accordo, ha lo stesso nome del padre e del bisnonno ma questa non è colpa sua: scarsa fantasia onomastica e una famiglia dall’ego smisurato sono un mix che stroncherebbe chiunque. Chiunque ma non lui, che decide di rinverdire i fasti politici della famiglia. Basta con la camera dei rappresentanti, da adesso in poi si fa sul serio: si corre per il Senato!

Il Massachusets è storicamente il feudo dei Kennedy: mai nessuno della famiglia è stato sconfitto in una consultazione elettorale nello stato della baia. L’avversario di Joe alle primarie dei democratici è il vecchio leone Ed Markey, da 37 anni in politica e senatore uscente. I sondaggi parlano di un testa a testa ma Joe mantiene la convizione di vincere: è un Kennedy e non può esserci un parlamento senza uno di loro!

Arriviamo al 1 settembre 2020, il giorno della verità: Ed Markey, vince con il 53,5 % delle preferenze. Immaginate di essere nella testa di Joe, di andare con la mente a tutte le dichiarazioni rilasciate durante la campagna elettorale. Alla sicurezza mai apertamente confessata che il Massachusetts non avrebbe mai tradito un Kennedy. L’establishment democratico, capitanato dalla speaker della Camera Nancy Pelosi, lo voleva in Senato ma gli elettori gli hanno voltato le spalle preferendo Markey.

Ad aumentare la beffa, rendendo la prima sconfitta di un Kennedy in Massachusetts ancora più dolorosa è il fatto che, avendo corso per il Senato il povero Joe non potrà ricandidarsi per la camera dei Rappresentati: dal 1947 solo per due anni un esponente della famiglia più rappresentativa d’America non ha avuto un suo membro in Parlamento!

A suo modo, Joseph Patrick Kennedy III ha scritto la storia: voleva ridare slancio alla vita politica della famiglia ma è riuscito solo a distruggere l’aura di regalità e di vittoria che il suo cognome portava in dote.

In una delle sue prime interviste, ai tempi della campagna elettorale da deputato, disse che era entrato in politica non perché era un Kennedy ma nonostante questo. “Mio padre ha provato a dissuadermi – disse – mi ha detto di entrare in politica solo se fossi certo di volerlo, altrimenti sarebbe stata l’esperienza più brutale della mia vita”. Mai parole furono le furono più profetiche.

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Serlone II d’Altavilla: l’eroe dimenticato

Serlone e Brachi non erano amici, erano fratelli; siamo in sicilia intorno all’anno mille, la lotta tra normanni e saraceni infuria ed è impensabile anche solo pensare alla parola Pace. Serlone alias Serlone II d’Altavilla è un invincibile guerriero normanno su cui si narrano storie dai contorni sempre più leggendari. Tra queste, si racconta che nella battaglia di Cerami, capeggiando un drappello di soli 36 cavalieri riuscì nell’impresa di annientare un’armata di oltre tremila nemici.

Brachi, il cui vero nome è Ibrahim, è un soldato musulmano. Sono tempi difficili quelli intorno all’anno 1000 in Sicilia: se vieni catturato dalla fazione nemica, l’unica cosa che puoi fare è pregare che ti venga concessa una morte rapida. Non c’è alcuna possibilità che le cose finiscano diversamente. Così quando Brachi viene fatto prigioniero da una squadriglia di soldati normanni sa bene qual è il suo destino: morire per mano degli infedeli.

Non si sa bene quale divinità si sia mossa a compassione o quale capriccio abbia mosso il destino ma, poco prima che giustizino Brachi, arriva Serlone e gli salva la vita.

Chiunque altro provasse a fare una cosa simile farebbe compagnia sul patibolo al saraceno ma lui è il valoroso Serlone d’Altavilla e nessuno può contraddirlo.

Quasi incredulo che la sua testa  sia rimasta attaccata al corpo, Brachi si getta ai piedi di Serlone e gli giura imperitura fedeltà. Arrivano addirittura, mediante il rito del tirarsi le orecchie, a diventare fratelli adottivi: un normanno e un saraceno!

Sebbene nessuno osi dire in sua presenza qualcosa, le critiche sulla scelta dell’erede del casato degli Altavilla crescono a dismisura. Nessuno si fida di Brachi: è un saraceno e non appena sarà possibile pugnalerà alle spalle Serlone mostrando a tutti che non ci si può fidare di loro.

Al normanno le chiacchiere non interessano. Lui è un uomo d’onore e trova inconcepibile che qualcuno possa dubitare del suo fratello adottivo: la fede li divideva, la misericordia e l’onore li uniscono in un vincolo che nemmeno l’Altissimo potrà spezzare.

Il destino sa davvero essere beffardo. Non sappiamo se faccia tutto parte di un piano iniziale o semplicemente ad un certo punto Brachi apre gli occhi sulla realtà: lui è un musulmano, un saraceno che combatte per la gloria del Profeta e Serlone è lo sterminatore della sua gente, l’uomo più temuto tra le fila del sultano. In quella calda estate del 1072 Brachi lo avvisa che una pattuglia di sette cavalieri arabi sarebbe andata da Cerami ad Enna. Serlone non attende un istante e balza a cavallo per andare ad intercettarli insieme ad un piccolo manipolo di compagni. Pregusta già una vittoria lampo ma sopratutto la possibilità di zittire, una volta per tutte, chi ancora dubita di suo fratello.

Ma una volta arrivato nei pressi della cittadina di Nissoria lo spettacolo che gli si presenta davanti lo lascia tramortito. Non si tratta di una pattuglia di cavalieri, ma di un reggimento di oltre tremila soldati. In poco tempo viene avvistato dalle vedette e tutta quell’immensa massa di uomini si muove verso di lui con un solo scopo: ucciderlo nel modo più doloroso possibile.

Nonostante la consapevolezza di essere stato tradito dall’uomo che considerava un fratello, Serlone che riesce a rompere l’accerchiamento e riparare su una rupe sulla riva sinistra del fiume Salso. Con le forze centuplicate dalla rabbia per aver visto la sua fiducia derisa sfrutta la posizione sopraelevata per un ultimo, disperato tentativo di difesa. Sa bene che non uscirà vivo da quella valle ma, prima di andare al cospetto di Dio, ucciderà più saraceni possibili.

Nonostante i suoi sforzi e il considerevole numero di nemici abbattuti, il numero degli aggressori e troppo soverchiante. Ben presto i suoi compagni cadono uno dopo l’altro e lui rimasto solo non può far altro che morire urlando la sua rabbia verso chi lo ha tradito.

Ciò che accade dopo testimonia quanto Serlone fosse temuto e quanto significhi la sua morte per i guerrieri saraceni. Il suo cuore viene divorato per assorbirne il coraggio e la forza e la sua testa viene messa su una picca e fatta sfilare per le vie di Castrogiovanni: la Sicilia diventerà araba e questa vittoria lo dimostra!

L’eco della morte di Serlone arriva fino a Palermo, alla corte normanna. I fratelli giurano vendetta ma prima occorre rendere onore alle povere spoglie lasciate in balia degli animali. Giunti sul luogo dove il più grande degli Altavilla combatté l’ultima battaglia giurano vendetta e incidono su quella rupe di arenaria che raccolse gli ultimi istanti di vita dell’eroe normanno una gigantesca croce. Da quel momento quell’anonima roccia nella valle del Salso diventa la Pietra di Serlone.

Almeno fino agli anni 60 del secolo scorso. Il terreno su cui si ergeva e che da quasi un migliaio di anni portava la testimonianza di questa vicenda viene ceduto ad una ditta di estrazione di pietra arenaria e la Storia è costretta a cedere il passo agli affari: la rupe viene distrutta e con essa sparisce la traccia di uno dei più grandi combattenti del periodo normanno. Guerriero implacabile, uomo misericordioso, amico tradito.

Julius Oppenheimer: il peso atomico della coscienza

Julius Oppenheimer: il peso atomico della coscienza

A volte gli uomini raggiungono traguardi talmente importanti da passare alla Storia. Risultati che hanno il potere di cambiare non solo la vita di chi li ha conseguiti, ma quella del mondo intero. Tutto questo però ha un prezzo, come una sorta di esistenziale legge del taglione: ottenere qualcosa ma dover necessariamente rinunciare a una parte di se stessi

Quando Julius Robert Oppenheimer fu chiamato dal presidente degli Stati Uniti a dirigere il progetto Manhattan era il 1942: il mondo era lacerato dalla Seconda Guerra Mondiale e i due blocchi di potere contrapposti cercavano disperatamente di prevalere l’uno sull’altro. La Germania nazista di Adolf Hitler, forte del suo elevato grado di avanzamento tecnologico, aveva imposto alle truppe alleate uno stallo. Occorreva trovare una soluzione che sparigliasse le carte, che cambiasse i rapporti di forza: quella soluzione era la bomba atomica e il Progetto Manhattan la chiave per ottenerla.

Oppenheimer, a 38 anni, era uno dei fisici più brillanti della sua epoca. Figlio di un imprenditore ebreo immigrato in America dall’Assia, sentiva di dover dare il suo contributo per fermare il massacro di innocenti a cui Hitler aveva dato inizio e che minacciava di minare la libertà del mondo. Le truppe dell’Asse dovevano essere fermate.

Questa sua forte convinzione, il suo innato carisma e gli illimitati fondi messi a disposizione dal governo americano gli permisero di riunire sotto la sua guida i più brillanti scienziati del periodo con l’obiettivo di realizzare la più grande arma mai costruita dall’uomo: un ordigno a fissione nucleare.

Nel giro di pochi anni il frutto delle fatiche di tanti menti geniali così magistralmente dirette diede i suoi frutti. Nell’animo di Oppenheimer due sentimenti contrastanti si davano battaglia, rendendo vane le sue, poche, ore di sonno: da un lato vi era l’orgoglio dello scienziato che stava facendo la Storia, che aveva contribuito a creare qualcosa che pochi anni prima era solo ipotizzabile e che avrebbe cambiato le sorti della guerra; dall’altro vi era la disperazione lacerante dell’uomo, pienamente consapevole che aveva messo la Scienza al servizio della Guerra e che questo avrebbe avuto conseguenze spaventose, anche se necessarie.

Il 16 Luglio 1945, la bomba fu testata nel deserto del Nuovo Messico. Il Trinity Test, questo il nome in codice, fu un successo ma, mentre tutti festeggiavano, consapevoli di aver fatto un passo importante verso la conclusione del conflitto, Julius Oppenheimer era prostrato e sconvolto. Con la voce deformata dall’angoscia che gli opprimeva il petto, pronunciò la frase che lo rese celebre nella cultura popolare. Era una citazione da un libro sacro induista, il Bhagavadgītā : “Sono diventato Morte, il distruttore di mondi”.

Il 6 Agosto dello stesso anno, Little Boy, questo il nome in codice della bomba, alle 8,15 del mattino veniva sganciato e fatto esplodere sopra Hiroshima radendola al suolo. Questo avvenimento, unito al bombardamento di Nagasaki di tre giorni più tardi, segnò la fine della guerra.

L’unico commento di Oppenheimer fu quasi una profezia: “I fisici hanno conosciuto il peccato”.

La conclusione delle ostilità e l’annientamento dei nazisti infatti non furono sufficienti a placare la corsa agli armamenti. Bisognava creare un deterrente ancora più potente: un’arma che stabilizzasse gli equilibri e garantisse all’America il ruolo di attore principale sulla scena mondiale. Quell’arma era la bomba a idrogeno.

Fu in quel momento che nella mente di Robert Oppenheimer scattò qualcosa: non poteva più prendere parte a questo asservimento della Scienza alla guerra. La realizzazione della bomba H non avrebbe protetto l’America, ne avrebbe solo sporcato la coscienza.

La sua immagine, già messa in cattiva luce dalle sue prese di posizione, venne definitivamente distrutta dalla fazione scientifica interessata a prendersi la sua rivincita su quel fisico così stravagante. Venne raggiunto da un’inchiesta nel 1954 e subì l’onta di perdere l’accesso ai segreti perché in passato aveva manifestato simpatie comuniste. Soltanto la ribellione della comunità scientifica, guidata da Einstein, gli permise di mantenere la direzione dell’ Institute for Advanced Studies di Princeton.

Il Premio Enrico Fermi, consegnatogli nel 1963 fu una riabilitazione tardiva e inutile: Robert Julius Oppenheimer, l’uomo che aveva guidato l’America alla vittoria sui nazisti e accettato di incontrare l’Inferno per salvaguardare la Pace era già andato oltre ogni riconoscimento che quella comunità scientifica avida e opportunista poteva concedergli.

4 - John Scopes: il processo alla scimmia

John Scopes: il processo alla scimmia

Negli anni a venire, John Thomas Scopes, si sarà probabilmente chiesto chi glielo aveva fatto fare di scatenare un simile casino. Nato nella religiosissima America del 1900, il giovane John dalla sua fattoria di Paducah nel Kentucky si spostò ben presto in Illinois per poi, una volta cresciuto, ritornare a casa dove ottenne la laurea all’università locale.

In seguito, come nelle migliori tradizioni a stelle e strisce, John ripartì e questa volta per accettare un incarico come supplente occasionale e allenatore di football nel liceo della contea di Rhea a Dayton, nel Tennesee. Nel corso della sua vita avrà modo di pentirsene amaramente.

Il Tennessee fa parte di quella che viene definita la Bible Belt, la cintura della Bibbia, dove appunto Scopes, per tutta la carriera da insegnate, dovette scontrarsi con con il Tennessee’s Butler Act, una legge che vietava di insegnare la Teoria dell’Evoluzione di Charles Darwin nelle scuole pubbliche, perché in aperto contrasto con i principi creazionistici che imperavano in quel periodo.

Come detto, occasionalmente, John Scopes faceva da supplente. Ogni volta che accadeva, soprattutto durante le ore di biologia, non riusciva a fare a meno di chiedersi se fosse giusto continuare a insegnare ai ragazzi teorie che non avevano nulla di scientifico come i principi creazionistici. 

A risolvere i suoi dubbi e a dargli la spinta per intraprendere un percorso che lo porterà nei libri di storia fu l’incontro con i rappresentanti dell’American Civil Liberties Union (Unione Americana per i Diritti Civili ndr). Da tempo cercavano il modo di scardinare questo anacronismo nel sistema scolastico del Tennessee e, per questo, si offrivano di finanziare la difesa in tribunale per chiunque fosse stato accusato di aver insegnato Darwin.

Non sappiamo quanto durò il travaglio interiore di John ma di sicuro era uno a cui non piaceva obbedire alle ingiustizie: quella legge andava fermata. Così convinse alcuni dei suoi studenti a testimoniare di fronte ad un giudice che aveva spiegato ai suoi alunni che l’uomo discendeva dalla scimmia, che era frutto di un’evoluzione che affondava le sue radici in milioni di anni di storia e che, no, la Bibbia non doveva essere presa alla lettera in tutto e per tutto.

John Scopes aveva 24 anni e non aveva idea delle conseguenze che questo suo atto di disobbedienza avrebbe avuto.

A leggerne oggi, quello che fu definito lo Scopes Monkey Trial (il Processo alla Scimmia ndr) fa sorridere. Per il nostro John fu un vero e proprio inferno! Il processo si tenne a Dayton nel luglio del 1925 e fu uno dei primi processi mediatici della storia. Tutto il mondo voleva esserci per sapere come sarebbe andata a finire mentre, dentro e fuori dall’aula e in ogni angolo del paese, lo scontro tra creazionisti ed evoluzionisti si infiammava. Il processo fu il primo nella storia ad essere trasmesso in diretta radio e si protrasse per otto giorni.

Contrariamente a quello che il buon senso potrebbe dirci, John Thomas Scopes fu dichiarato colpevole e condannato a pagare l’astronomica, per l’epoca, cifra di 100 dollari. Sentenza successivamente rivista e annullata per vizio di forma.

L’immagine professionale di John ne uscì irrimediabilmente rovinata e divenne lo zimbello d’America. Perseguitato dalla stampa e dopo un altro tentativo, fortunatamente andato a vuoto, di essere messo nuovamente sotto processo disse addio al mondo dell’insegnamento e intraprese una carriera nel mondo dell’industria petrolifera.

Si spegnerà nel 1970, solo 5 anni dopo l’abolizione del Butler’s Act.

La vita di John Scopes merita di essere ricordata perché fu un disobbediente senza paura. Sfidò il bigottismo della Bible Belt americana pur di affermare un principio e ne fu distrutto professionalmente ed emotivamente.

La sua storia ci insegna a difendere le nostre opinioni e a non aver paura di lottare per esse.