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Vincenzo Tiberio: lo scienziato ignorato

Grazie alla sua capacità di osservazione, Vincenzo Tiberio era riuscito a creare un prototipo di antibiotico decenni prima che venisse inventata la penicillina. La sua scoperta, in un’epoca in cui anche una semplice infezione poteva costare la vita venne però totalmente ignorata e lui fu deriso dal mondo accademico. Giovanni Scarlata ci racconta la storia di un genio che pur avendo dedicato la sua vita a migliorare la condizione umana non ha ricevuto il successo che avrebbe potuto e dovuto ottenere.

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Big Rock by Kevin MacLeod
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Edith Piaf: la musica del dolore

Edith Piaf è stata una delle cantanti più iconiche del secolo scorso. Con la sua voce straordinaria ha affrontato le difficoltà della vita senza mai perdere la capacità di stregare chiunque la ascoltasse cantare. Giovanni Scarlata ci racconta la forza di una donna, prima ancora che un’artista, straordinaria, della sua lotta contro il destino e del triste epilogo che ha portato via al mondo una delle voci più belle di sempre.

Scritto e narrato da Giovanni Scarlata.

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Justin Fashanu: il prezzo della sincerità

Justin Fashanu era una promessa del calcio con un futuro tutto da scrivere, aveva tutto per essere la “next big thing” del calcio inglese degli anni ’80. Purtroppo non lo diventerà mai e le promesse di inizio carriera si trasformeranno presto in rimpianti. Non è un infortunio o una vita sregolata a tarpargli le ali ma l’odio che un suo atto di coraggio ha generato: nel 1990 Justin Fashanu è stato il primo calciatore a dichiarare pubblicamente la sua omosessualità e il mondo non è riuscito ad accettarlo.
Per 30 Storie: a un passo dalla gloria Giovanni Scarlata ci racconta la storia di Justin e del prezzo che fu costretto a pagare per poter essere sé stesso.

Scritto e narrato da Giovanni Scarlata.

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Hana Kimura: l’assurdità dell’odio

Hana Kimura era una ragazza felice e dal futuro radioso. Lottava per passione ed era uno dei talenti emergenti più noti dell’estremo Oriente. Era perché adesso non c’è più. L’odio della rete per una stupida lite avvenuta durante un reality show l’ha travolta e annientata. Hana ha provato a sopportare, ma il peso di un odio tanto forte quanto assurdo è stato troppo.
Giovanni Scarlata ci racconta la storia di Hana, vittima dell’odio che corre su internet.

Scritto e narrato da Giovanni Scarlata.

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Brandon Lee: semplicemente Brandon

Brandon Lee è stato per tutta la vita in lotta con in mondo. Non voleva essere ricordato solo perché era figlio di Bruce Lee, voleva che la gente lo conoscesse per chi fosse realmente. La sua interpretazione ne “Il Corvo” lo ha reso un mito e ha segnato un’intera generazione. Giovanni Scarlata ci racconta di un uomo che ha trascorso tutta la vita a fuggire dal fantasma del padre ma che anche nella morte ha finito per assomigliargli.

Scritto e narrato da Giovanni Scarlata.

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Oscar Pistorius: eroe nella polvere

Con le sue prodezze aveva commosso il mondo e dato speranza ai meno fortunati. Oscar Pistorius, l’atleta paralimpico capace di superare le barriere della disabilità e correre insieme agli atleti normodotati era una fonte di ispirazione per tutti.

Aveva affrontato e vinto tutte le sfide che la vita gli aveva messo davanti con coraggio e determinazione ed era diventato un eroe per grandi e piccini. Purtroppo anche gli eroi hanno un lato oscuro. Giovanni Scarlata ci racconta la caduta di Oscar Pistorius diventato, in una notte, un assassino.

Scritto e narrato da Giovanni Scarlata.

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Matteo Salvini: Capitano di una nave che affonda

Leader della Lega, Ministro dell’Interno, Twittomane incallito. Sono solo alcune delle doti che hanno portato Matteo Salvini a diventare l’ospite più richiesto di ogni talk show.
Dopo anni passati a picconare i governi, nel 2018 Matteo Salvini è riuscito a far parte per la prima volta dell’Esecutivo del nostro paese. Giovanni Scarlata ci racconta i retroscena che ne hanno visto la caduta e anche come sia diventato il “Capitano”.

Scritto e narrato da Giovanni Scarlata.

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Alda Merini: la luce nelle ombre

Nell’immaginario collettivo il talento è una benedizione. Le persone che lo possiedono sono viste con ammirazione, a volte con invidia per aver ricevuto quello che viene considerato un vero e proprio dono.

Eppure, il talento a volte può essere tutto fuorché una benedizione. Ti fa sentire incompreso, solo come se fossi distaccato dal resto del mondo che sembra sempre scorrere in una direzione opposta alla tua. Molti in questa solitudine trovano la forza di emergere e colmare le distanze con le persone, di andare incontro ad una realtà ai cui schemi non riescono ad abituarsi.

Per Alda Merini non fu così semplice. Un talento troppo grande per una mente messa a dura prova dalla vita fin troppe volte e per questo con un equilibrio precario.

Nata nel 1931 a Milano, Alda si trova fin da subito a dover venire a patti con le contraddizioni di una realtà che non riesce proprio ad accettarla: da un lato il padre Nemo, che le regala un dizionario e le insegna ogni giorno una nuova parola; dall’altro la madre Emilia, molto più severa e conservatrice che ritiene superfluo l’approfondimento culturale per una donna il cui unico scopo è quello di essere una buona moglie e madre.

La piccola Alda si trova a dover vivere tra due fuochi e nella sua testa scatta qualcosa. Ha una crisi mistica: comincia a portare il cilicio e esprime il desiderio di prendere i voti. Questo episodio è emblematico di tutta quella che sarà la vita della Merini: la madre non prende nemmeno in considerazione l’idea che il disagio della figlia possa essere psicologico e la riempie di vitamine.

Nonostante le incomprensioni e gli ostacoli che nel corso degli anni è costretta ad affrontare, ha un talento troppo grande per non essere notato. Grazie ad un’insegnante delle scuole medie riesce ad entrare in contatto con Giacinto Spagnoletti che decide di diventarne il mentore e aiutarla a crescere artisticamente.

Alda è poco più che una ragazzina ma il suo nome già comincia a circolare nei salotti letterari di Milano. Possiamo solo immaginare la sua felicità il giorno che torna a casa con una sua poesia recensita da Spagnoletti. Quello che non possiamo immaginare è il suo dolore quando, dopo averla mostrata al padre, questi la strappa perché non ritiene la poesia un mezzo di sussistenza.

La delusione è enorme. Proprio il padre che le ha insegnato ad amare le parole, a perdersi dentro il loro significato per creare qualcosa di nuovo e meraviglioso la tradisce nel modo più crudele.

In quel momento nella mente di Alda Merini, qualcosa si rompe. Iniziano quelle che lei definisce “le prime ombre della sua mente” che la costringeranno ad un mese di internamento al termine del quale le verrà diagnosticato un disturbo bipolare. Siamo nel 1947, ha solo 16 anni.

Negli anni successivi al ricovero la carriera della Merini riceve uno slancio incredibile. Nel 1953 viene pubblicata la sua prima raccolta “La Presenza di Orfeo” che la inserisce di diritto nel novero dei poeti emergenti del panorama italiano. Persino nomi della letteratura come Pier Paolo Pasolini o Luciano Erba la elogiano.

Alda sembra essersi affrancata dalla sofferenza: è serena e riesce a dare un significato al mondo con le sue parole e la gente la ama per questo.

Nello stesso periodo sposa Ettore Carniti, ma nel matrimonio non trova quello che andava cercando: diventata madre e con le incombenze di una famiglia a cui far fronte sente che la vita le ha tirato un ennesimo brutto scherzo. Continua a pubblicare ma i suoi libri non riscuotono lo stesso successo: la gente sembra essersi dimenticata di lei e il mondo riprende a perdere di significato.

Al termine dell’ennesima lite con il marito, nel 1965, viene chiamata un’ambulanza: la Merini viene ricoverata in manicomio. Questo segna definitivamente il percorso emotivo della scrittrice milanese che, seppur con periodi di pausa più o meno lunghi, frequenterà questo tipo di strutture per ben 14 anni.

Negli anni 80 Alda Merini, che pur non ha mai smesso di scrivere, ha perso fama e notorietà. A dispetto delle tempeste emotive che la investono, perderà sia il primo che il secondo marito nell’arco di 5 anni compone quello che viene considerato il suo capolavoro “La Terra Santa”. Meno successo avrà “Diario di una diversa”, un’opera nella quale racconterà la sua esperienza negli ospedali psichiatrici.

Il successo che le sfugge da una vita e che ha solo assaggiato in gioventù arriva negli anni 90: Alda Merini viene quasi riscoperta e la casa editrice Einaudi pubblica alcuni suoi libri. Giornali e televisioni si interessano a lei che, finalmente si sente compresa e accettata.

Gli ultimi anni sono segnati da una produzione letteraria incessante e da riconoscimenti importanti come il Librex Montale ma purtroppo la discesa della sua mente nelle ombre ha cominciato ad accelerare vertiginosamente.

Provata nell’animo e nel corpo dalle sofferenze di una vita che non le ha risparmiato nulla, si spegne il 1° novembre del 2009.

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Pier Paolo Pasolini: l’uomo dai mille volti

In una bella mattina di Novembre, una di quelle in cui l’autunno si ostina a resistere nel cedere il passo al freddo invernale, una donna esce di casa e fa una scoperta che sconvolgerà l’Italia.

Sono le sei e 30 del mattino e ci troviamo all’idroscalo di Ostia, in una pozza di sangue ormai rappreso la donna trova il cadavere di Pier Paolo Pasolini.

Pasolini il poeta della trasgressione, il giornalista scomodo, il regista d’avanguardia ha trovato la morte su una spiaggia poco fuori Roma in circostanze violente e misteriose.

Tante sono le illazioni che circolano nell’Italia degli anni ’70 sulla morte di colui che meglio di chiunque ha saputo raccontare il sottoproletariato romano.

Ma prima di raccontarne la fine, per meglio capire chi era l’uomo Pasolini prima ancora che l’artista occorre fare un passo indietro.

Nato a Bologna nel 1922, trascorre l’infanzia e l’adolescenza in Friuli. Fin dall’inizio è chiaro che Pier Paolo ha talento e sensibilità non comuni:

 a soli sei anni  compone  una raccolta di poesie e disegni. Sarà solo la prima di una lunga serie di opere infantili che saranno perse durante la seconda guerra mondiale

La guerra lascia un segno profondo in Pasolini e gli porterà via uno tra gli affetti più cari: il fratello Guido, ucciso dai partigiani.

Dopo uno scandalo giudiziario, solo il primo di una serie che proseguirà per tutta la vita, è costretto a lasciare il Friuli e, all’inizio degli anni 50, va a vivere a Roma.

La città eterna lo fa entrare in una nuova dimensione artistica: l’incontro con quell’umanità variopinta che abita le periferie della capitale, rappresenta una fonte inesauribile di ispirazione.

In quelle persone che si barcamenano per arrivare a fine giornata, con i loro modi di fare e il gergo così diversi da quelli del suo amato Friuli Pasolini trae un’energia che lo spinge a  cercare in tutti i modi di integrarsi, di fare sì che quel mondo diventi anche il suo.

Negli anni diventa un punto di riferimento per la classe intellettuale. Le analisi crude e a volte spietate sulla società e la politica hanno una grande risonanza. Che siano le colonne di un giornale, un evento pubblico, la prefazione di un libro non differenza: mette a nudo le ipocrisie di una società borghese che vuol fare la rivoluzione ma che porta in essa il germe stesso del fallimento.

Pur rimanendo fedele al primo amore, la scrittura, il suo spirito inquieto e ribelle lo spinge a cercare nuove direzioni: si cimenta con successo sia come giornalista che come sceneggiatore e regista. Anche qui, neanche a dirlo, dividendo ferocemente il pubblico tra chi lo osanna e chi lo critica fortemente.

Pierpaolo va avanti, nonostante tutto. Finisce spesso protagonista di fatti di cronaca nera e si ritrova a combattere contro un sistema che non riesce ad accettare appieno la sua visione non solo della vita, ma anche della società.

Alcuni non gli perdonano il fatto di essere dichiaratamente omosessuale, altri di non riuscirsi ad omologare al pensiero dominante.

Le critiche non lo toccano, anzi sono uno stimolo per cercare sempre nuove prospettive per comprendere la realtà, per trovare un senso in un periodo storico pieno di contraddizioni.

Non riesce a godersi il successo, la sua esistenza sembra sempre una costante ricerca di qualcosa che si trova sempre un passo più in là dell’orizzonte del comune sentire.

Arriviamo alla mattina del 2 novembre 1975. Sono passati oltre vent’anni da quando arrivò a Roma da Casarsa senza avere idea di cosa ne sarebbe stato di lui. Da allora tutto è cambiato. Ha combattuto e vinto tante battaglie: sia sociali che legali.

La sera prima, come molte altre volte secondo quanto riferito da chi lo conosce, va in giro in cerca di compagnia. Ad Ostia incontra un ragazzo, tale Giuseppe Pelosi e vanno a cena insieme. Da quel momento, su cosa accade esattamente non ci sono certezze.

Pelosi dichiarerà ai giudici di aver avuto un alterco con Pasolini dopo averne rifiutato le avances e che la situazione è degenerata al punto da causarne la morte. Anni dopo ritratterà la sua versione dichiarando di essere estraneo alla morte dello scrittore e che sarebbero stati due uomini dal forte accento siciliano ad ucciderlo.

Quel che è certo è che in quell’anonima parte di Ostia, Pier Paolo è stato prima pestato e poi investito ripetutamente con la sua stessa auto.

Sarà l’attore Ninetto Davoli, suo grande amico a identificarne il corpo.

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Marco Pantani: il Pirata triste

Il Giro d’Italia è una corsa strana: è capace di portarti nell’Olimpo dei più grandi o di gettarti nel mucchio di quelli che non ce l’hanno fatta.

È un amante esigente, egoista che difficilmente si concede. Alle volte però cede, e il suo favore, ti consegna all’eternità.

Dal 2004 la tappa di montagna con la salita più impegnativa, quella che ti fa desiderare di aver scelto un altro sport per quanto è faticosa, prende il nome di Montagna Pantani.

Marco Pantani, che tutti conoscono come “Il Pirata”, quest’onore se l’è meritato con il sudore, la fatica e il dolore. È uno di quelli che si è sudato tutto ciò che ha ottenuto; grazie all’impegno e alla forza di volontà ha superato i momenti più difficili anche quando nessuno riusciva più a farlo.

Marco non è solo un ciclista: è un pungolo per tutti quelli che, schiacciati dalle difficoltà pensano di mollare perché no, non ne vale la pena soffrire così.

Quando credete che la vostra vita faccia schifo fate un salto al 1995:

immaginate di avere dato spettacolo nelle due grandi corse a tappe appena l’anno prima, di essere arrivati secondi al Giro d’Italia e terzi al Tour de France;

il mondo del ciclismo è pronto ad accogliervi come uno di quelli che scriverà la storia di questo sport per gli anni a venire.

Siamo in primavera, il periodo in cui i ciclisti “mettono benzina” nelle gambe in vista dei grandi appuntamenti.

 Durante un allenamento viene investito da un’auto ed è costretto al ricovero dovendo dire addio al Giro d’Italia.

La mazzata è di quelle che pesano ma Pantani e la sfortuna danzano insieme da una vita. Non è il primo incidente della sua carriera e non si lascerà smontare da un imprevisto.

Si rimette in sella non appena i medici lo dimettono e mette nel mirino il Tour de France: la corsa in terra francese, dopo averlo consacrato a livello internazionale l’anno prima, gli restituirà quello che la sfiga gli ha tolto.

Marco continua a soffrire i postumi dell’incidente ma non molla. La rabbia e la forza di volontà lo portano tra i primi 10, con buone possibilità di ambire ad un piazzamento sul podio.

Lentamente ma inesorabilmente riesce ad erodere il distacco dal leader della corsa ma qui, ancora una volta, subentra la sfortuna.

Il 18 luglio Fabio Casartelli muore in un incidente causato da una caduta di gruppo durante una discesa. La gara va avanti ma non per Pantani:

ha staccato la spina. Si piazza 13esimo nella classifica finale ma non gliene frega nulla.

 È morto un ragazzo, un amico, e loro hanno continuato a correre.

Nonostante questo, per il secondo anno consecutivo, vince la maglia bianca che è il riconoscimento dato al miglior giovane del Tour.

Dopo tante amarezze, il maledetto 1995 sembra finire bene per Marco: il terzo posto ai mondiali di Ciclismo in Colombia sembra solo l’antipasto di quello che sarà la prossima stagione.

Sembra ma non è così.

Durante la Milano-Torino viene investito insieme ad altri corridori da un fuoristrada: tibia e perone fratturati e per diverse settimane il rischio di dover addio al ciclismo e forse anche alla gamba.

Il Pirata, come lo chiamano i tifosi per il suo look, non si arrende nemmeno davanti a questa ennesima botta: dopo poco più di 5 mesi è di nuovo in pista e riprende a correre, più forte di prima.

 Non importa quello che la vita continua a scagliargli addosso, lui continua a correre. Deve farlo.

Questo la gente lo sente e per questo lo ama. Sempre di più.

Facciamo adesso un salto al 1998. Questo è l’anno migliore della carriera di Pantani. Per una volta la sfiga lo lascia in pace ed è libero di concentrarsi solo sulla vittoria.

Riesce a vincere sia il Giro che il Tour de France.

Erano 33 anni che un italiano non trionfava alla Grand Boucle.

Il Pirata diventa un fenomeno mediatico anche fuori dall’ambito sportivo: giornali, riviste, televisioni. Tutti lo vogliono, ne parlano, lo copiano.

 La sua Cesenatico è meta di pellegrinaggio per gli appassionati che sperano di incontrarlo e strappargli un autografo.

Marco sorride e si gode tutto questo affetto. Dopo tanta fatica e delusioni si sente pronto per segnare un’epoca del Ciclismo.

Non succederà

Il 5 giugno del 1999, viene sospeso dal Giro d’Italia a causa di valori fuori norma: era in maglia rosa.

L’immagine del Pirata che lascia la corsa mentre è circondato da una folla di giornalisti lascia ancora oggi una sensazione dolorosa in chi si ritrova a guardarla.

Sulla presunta positività al doping si dice tanto, forse troppo. Come troppi sono gli aspetti poco chiari di questa storia.

 Purtroppo, non saranno gli ultimi misteri che lo riguarderanno.

A detta di tutti la sua carriera finisce in quel momento.

Torna a gareggiare, ma non è più lo stesso. Troppe domande senza risposta gli impediscono di concentrarsi sulle gare.

Si sente vittima di un complotto e non sa darsi pace.

Sprofonda in un abisso di depressione, tradito e abbandonato da quel mondo a cui ha dedicato tutto sé stesso.

Nel febbraio del 2004 viene trovato morto in una camera di un residence di Rimini. L’autopsia parlerà di un’overdose da cocaina e psicofarmaci ma, sono troppe le circostanze che lasciano lecito spazio al dubbio e ancora oggi sono oggetto di inchieste.

La sua morte lascia sgomenta l’Italia intera. La stessa che lo ha prima idolatrato e poi abbandonato accusandolo di essere un dopato, uno che bara.

Il peso è stato troppo forte anche per uno come Pantani ed è lui stesso a dirlo in una dichiarazione del 1999 e che alla luce di quanto accadrà dopo è tristemente profetica: «Mi sono rialzato, dopo tanti infortuni, e sono tornato a correre. Questa volta, però, abbiamo toccato il fondo. Rialzarsi sarà per me molto difficile.»