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Josip Ilicic: genio ancorato alla lampada (con podcast)

Ci sono persone che vanno in giro con un buco nel cuore, ferite talmente profonde che nemmeno il tempo, gli affetti o il successo riescono a rimarginare completamente. Le vedi andare avanti, sforzarsi di vivere normalmente ma, in fondo ai loro occhi, scorgi una presunta normalità frutto di un difficile lavoro da equilibristi e che a volte, con un singolo avvenimento crolla, portandosi dietro le fragili barriere dell’apparenza.

Il 10 marzo 2020, Josip Ilicic aveva il mondo ai suoi piedi. Il funambolico calciatore sloveno aveva appena giocato una partita strepitosa segnando 4 goal al Valencia nella gara di ritorno dei quarti di finale di Champions League. Con quella prestazione, oltre a regalare all’Atalanta un risultato storico, Ilicic si iscriveva di diritto nella ristrettissima cerchia di giocatori capaci di mettere a segno un poker di reti in una sola gara nella massima competizione calcistica continentale.

I giornali di tutta Europa lo esaltarono arrivando ad inserirlo nella lista dei possibili vincitori del Pallone d’Oro. Tutto andava a gonfie vele. Dopo anni di critiche feroci, e spesso ingiuste, per la sua discontinuità il talento sloveno era riuscito ad affermarsi e, insieme alla squadra di Bergamo, faceva paura a tutte le altre in lizza per la vittoria finale. Perfino il ricchissimo Paris Saint Germain, prossimo avversario, cominciava a preoccuparsi di quella schiacciasassi in maglia nerazzurra!

Ma Ilicic e Bergamo non hanno tempo per festeggiare: in un breve intervallo l’operosa città lombarda diventava il principale focolaio italiano di Covid-19. Le immagini dei morti, trasportati via dai camion dell’esercito, facevano il giro del mondo lasciando un segno profondo nell’immaginario collettivo. Josip è un ragazzo sensibile, fin troppo secondo chi lo conosce bene.

Nato a Prijedor, in Bosnia-Erzegovina, perde il padre a soli 7 mesi, ucciso da un vicino di origine serba durante le prime avvisaglie di quell’enorme conflitto etnico che diede luogo alla Guerra dei Balcani. Questa tragedia, unita a tensioni sempre più forti nei confronti delle famiglie di origine croata come la sua, lo porta a trovare rifugio in Slovenia ma ormai il danno è fatto: il buco ha cominciato a formarsi e lo accompagnerà nel corso di tutta la sua vita.

Gli anni passano, Josip cresce e dimostra un talento fuori dal comune con un pallone fra i piedi; delle sue qualità si innamora il presidente del Palermo Maurizio Zamparini che nel 2010 lo porta in Italia. A Palermo Ilicic alterna prestazioni da vero fuoriclasse a partite indolenti ma riesce a farsi amare dai tifosi che vedono in quello spilungone tanto sfrontato sul rettangolo di gioco quanto schivo e taciturno fuori, un giocatore come se ne vedono pochi.

Le strade con il Palermo si dividono e, dopo un’esperienza in chiaroscuro alla Fiorentina che ne offusca la stella, nel 2017 approda all’Atalanta fra l’indifferenza generale. A Bergamo però, il ragazzo di Prijedor, rinasce e riesce ad esprimere appieno tutte le sue potenzialità. Almeno fino a quella maledetta sera di marzo.

Le immagini di una Bergamo blindata, dove la gente continua a morire a centinaia ogni giorno si affollano nella sua mente. La città che lo ha adottato, che lo ha fatto sentire di nuovo un calciatore sta combattendo una guerra durissima e la sta perdendo. In quel momento, durante una quarantena che terrà l’Italia intera in casa, il buco si riapre.

Tornano le paure, le ansie, le incertezze di chi ha visto la propria infanzia e la propria innocenza spazzata via prima ancora di avere la possibilità di viverla. L’angoscia di un bambino che non ha mai conosciuto il padre, torna a farsi sentire e dal cuore infetta tutto il corpo.

Anche a quarantena finita, con le cose che lentamente tornano alla normalità, la situazione non migliora. Le gambe, come si dice in gergo calcistico, non girano e gli allenamenti sembrano un’inutile perdita di tempo. In poche settimane perde il posto nell’undici titolare per poi sparire anche dalla lista dei convocati.

Tutti si chiedono che fine abbia fatto, cosa sia successo, ma dall’Atalanta non trapela nulla. Solo dopo settimane di pressanti domande, per mettere a tacere tutte le strane congetture che sono nate intorno alla vicenda, viene fuori uno stringato messaggio che spiega come Ilicic abbia dei problemi personali e che, al momento, si trova in Slovenia con la famiglia. I tifosi si stringono intorno a lui facendogli sentire tutto il loro affetto attraverso i social.

La partita con il Psg si avvicina e senza di lui sarà ancora più difficile ma a nessuno importa. Josip, il funambolo con il buco nel cuore è uno di loro e loro lo aspetteranno a braccia aperte.

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Libero Grassi e le pantofole che misero paura alla mafia (con podcast)

Ci sono uomini che di fronte agli ostacoli cercano soluzioni per aggirarli, altri, spaventati, tornano indietro e poi ci sono quelli che non si fermano e che, quegli ostacoli, provano ad abbatterli, per liberare non solo il proprio cammino ma anche quello degli altri.
Quando a Libero Grassi chiesero denaro in cambio di protezione per la sua ditta, la Sigma, gli tornò alla mente il 1942, quando entrò in seminario per non combattere la guerra ingiusta delle truppe nazi-fasciste; quasi 50 anni dopo, fu lui stesso a dichiarare una guerra.

La richiesta del “contributo”, come la chiamavano quei due, fu uno schiaffo terribile per Grassi: la Sigma era la sua creatura, il più grande dei suoi figli e mai avrebbe potuto cedere ad un simile ricatto. Pagare, sarebbe stato umiliante, un modo come un altro per cedere le chiavi dello stabilimento tessile alla Mafia!
Il rifiuto avviò le rappresaglie tipiche del modus operandi mafioso: telefonate minacciose, atti vandalici e attentati alla proprietà.
Siamo negli anni ‘90 a Palermo e la Mafia è un’entità invisibile però maledettamente concreta: nessuno ne parla, nessuno la vede e tutti obbediscono; una sorta di catena alimentare: in cima i taglieggiatori che si nutrono, come parassiti, dei guadagni leciti degli imprenditori con la scusa di offrirgli protezione.
Tutti pagano, tutti stanno zitti e nessuno fa niente. Meglio tenere la testa bassa, pagare, pregare e sorridere. Libero Grassi però, non ce la faceva proprio a sorridere; non riusciva a tollerare quella richiesta da 50 milioni (di lire)! Un pensiero che lo faceva stare seduto. Con quale coraggio quei delinquenti, anzi no, quelle COSE INUTILI erano venuti a fargli una proposta del genere?

Nei giorni successivi al rifiuto le cose cominciarono a farsi complicate e la tentazione di darsi per vinto sarebbe stata irresistibile per chiunque. Per chiunque, ma non per Grassi che decide di non chinare la testa e continuare ad essere un uomo senza padroni e, come detto, forte al punto da dichiarare una guerra senza quartiere alla Mafia. La attaccò sia sul piano giuridico, denunciando il tentativo di estorsione alle autorità, sia su quello ideologico, sfidandola pubblicamente con una lettera aperta sul Giornale di Sicilia, dal titolo: “Caro estortore”. In quelle pagine del 10 Gennaio 1991, oltre a confermare nettamente il rifiuto, Grassi compie qualcosa di rivoluzionario, folle per le logiche dell’epoca: urlare i nomi dei suoi aguzzini. Solo chi ha vissuto e respirato la Palermo di quel periodo capirà nel profondo cosa significhi un gesto così eclatante: per una volta qualcuno aveva messo a nudo la Mafia.

Le reazioni non tardarono ad arrivare e fecero davvero male. Mentre in Italia si formava un movimento di opinione in favore dell’imprenditore, la sua terra, gli voltò le spalle. Il presidente di Sicindustria Salvatore Cozzo definisce la denuncia di Grassi una “tammuriata” che scredita l’immagine degli onesti imprenditori siciliani. Un giudice di Catania poi, tale Luigi Russo, arriverà a stabilire in una sentenza che non è reato pagare il pizzo, anzi, quasi fosse un costo che le imprese siciliane debbono preventivare.

Libero Grassi non si ferma, dai più importanti prosceni televisivi continua ad attaccare il nemico ma è chiaro a tutti l’abbandono al proprio destino. Anche se i suoi estorsori sono stati arrestati, qualcuno verrà a presentargli il conto ma, fino ad allora, più persone possibili dovranno sapere, dovranno prendere coscienza che la Mafia può e deve essere sconfitta. Che chi deve “calare le corna” non sono i cittadini onesti ma loro, parassiti di una società che non riesce a reagire.

Passano i mesi, i riflettori sulla vicenda cominciano progressivamente a spegnersi e Grassi, che non ha mai accettato la scorta offerta dallo Stato, è sempre più solo. Il 29 Agosto la Mafia decide di fare la sua mossa: l’imprenditore che aveva avuto la forza di dire di no, viene raggiunto da 5 colpi di pistola sotto casa. Aveva 67 anni e di lui, resta un manifesto sbiadito.

Quello che accadde dopo, le medaglie, le trasmissioni televisive, il cordoglio e il senso di colpa sono un’appendice di ipocrisia ad una morte che poteva e doveva essere evitata.

Libero Grassi, un uomo perbene sfidò un mostro che sembrava invincibile e meritava di meglio; aveva scelto il seminario per non combattere una guerra si ritrovò a farne una.

Con le sue parole, troviamo l’ispirazione per non doverci piegare mai più:

«Volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere. Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui.»