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ICL – E01 – Guernica, Picasso e il dolore della guerra

Il dolore, la morte, l’orrore della guerra sono il tema centrale Di Guernica, fotografia della violenza Nazi-fascista impressa in una delle tele più iconiche di Pablo Picasso.
In un viaggio con gli amici, il mio incontro con l’artista e la scoperta di un amore profondo per la sua arte. Io sono Francesca, e vi racconterò una storia che passa dalla goliardia di un viaggio a Madrid alla scoperta della pittura del grande maestro. Questo è l’Incontro con l’artista un viaggio alla scoperta delle emozioni suscitate dall’arte.

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Keith Haring: una pennellata per la storia

Con la sua arte Keith Haring cercava di trasmettere un messaggio di bellezza e di amore. Considerava il mondo come un’immensa tavolozza grazie alla quale riuscire a comunicare con tutti senza avere la pretesa di insegnare nulla. Icona della Street Art e autentica leggenda del XX secolo, Haring ha sempre cercato di sottrarsi agli schemi e alle etichette che il mondo ha cercato di affibbiargli per essere semplicemente se stesso: un genio capace di dare al mondo un nuovo linguaggio visivo in grado di trasmettere un messaggio universale.
Con la salute ormai irrimediabilmente compromessa, Haring decise di dare il suo addio alla vita pubblica con un’opera che lo ha definitivamente consegnato alla leggenda: dipinse il magnifico e gigantesco “Tuttomondo” sulla parete della chiesa di Sant’Antonio Abate a Pisa.
Giovanni Scarlata dedica l’ultima puntata di “30 storie: a un passo dalla gloria” ad un artista capace di segnare un’epoca grazie al suo genio sfrenato e controverso.

Ascolta “30- Keith Haring: una pennellata per la storia” su Spreaker.

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Fernando Botero: il genio dal pennello cinghiale

Fernando Botero, l’artista che ha trasformato la ciccia in opera d’arte. Nume tutelare di quelli che vogliono alzare il culo dal divano e mettersi a dieta, Botero ha il grande merito di aver riscritto un parametro estetico dai tempi di Budda. Pittore e scultore con una giovinezza da torero, si dice sia costantemente perseguitato dalla lobby dei diabetologi e dei nutrizionisti che cercano in tutti i modi di mettere a tacere un’arte dai modelli antiestetici e soprattutto antieconomici. Carmelo Di Gesaro ci racconta tutto quello che avremmo dovuto sapere ma che non abbiamo mai osato chiedere su uno degli autori più importanti della contemporaneità.

Testo: Carmelo Di Gesaro
Voce: Edoardo Camponeschi e Ménéstrandise Audiolibri
Disegni: Anna Francesca Schiraldi e Schiraldi Art

Fernando Botero disegnato da Anna Fancesca Shiraldi la Malvagia
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Edith Piaf: la musica del dolore

Edith Piaf è stata una delle cantanti più iconiche del secolo scorso. Con la sua voce straordinaria ha affrontato le difficoltà della vita senza mai perdere la capacità di stregare chiunque la ascoltasse cantare. Giovanni Scarlata ci racconta la forza di una donna, prima ancora che un’artista, straordinaria, della sua lotta contro il destino e del triste epilogo che ha portato via al mondo una delle voci più belle di sempre.

Scritto e narrato da Giovanni Scarlata.

Musica
Big Rock by Kevin MacLeod
Link: https://filmmusic.io/song/3436-big-rock
License: http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/

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Alda Merini: la luce nelle ombre

Nell’immaginario collettivo il talento è una benedizione. Le persone che lo possiedono sono viste con ammirazione, a volte con invidia per aver ricevuto quello che viene considerato un vero e proprio dono.

Eppure, il talento a volte può essere tutto fuorché una benedizione. Ti fa sentire incompreso, solo come se fossi distaccato dal resto del mondo che sembra sempre scorrere in una direzione opposta alla tua. Molti in questa solitudine trovano la forza di emergere e colmare le distanze con le persone, di andare incontro ad una realtà ai cui schemi non riescono ad abituarsi.

Per Alda Merini non fu così semplice. Un talento troppo grande per una mente messa a dura prova dalla vita fin troppe volte e per questo con un equilibrio precario.

Nata nel 1931 a Milano, Alda si trova fin da subito a dover venire a patti con le contraddizioni di una realtà che non riesce proprio ad accettarla: da un lato il padre Nemo, che le regala un dizionario e le insegna ogni giorno una nuova parola; dall’altro la madre Emilia, molto più severa e conservatrice che ritiene superfluo l’approfondimento culturale per una donna il cui unico scopo è quello di essere una buona moglie e madre.

La piccola Alda si trova a dover vivere tra due fuochi e nella sua testa scatta qualcosa. Ha una crisi mistica: comincia a portare il cilicio e esprime il desiderio di prendere i voti. Questo episodio è emblematico di tutta quella che sarà la vita della Merini: la madre non prende nemmeno in considerazione l’idea che il disagio della figlia possa essere psicologico e la riempie di vitamine.

Nonostante le incomprensioni e gli ostacoli che nel corso degli anni è costretta ad affrontare, ha un talento troppo grande per non essere notato. Grazie ad un’insegnante delle scuole medie riesce ad entrare in contatto con Giacinto Spagnoletti che decide di diventarne il mentore e aiutarla a crescere artisticamente.

Alda è poco più che una ragazzina ma il suo nome già comincia a circolare nei salotti letterari di Milano. Possiamo solo immaginare la sua felicità il giorno che torna a casa con una sua poesia recensita da Spagnoletti. Quello che non possiamo immaginare è il suo dolore quando, dopo averla mostrata al padre, questi la strappa perché non ritiene la poesia un mezzo di sussistenza.

La delusione è enorme. Proprio il padre che le ha insegnato ad amare le parole, a perdersi dentro il loro significato per creare qualcosa di nuovo e meraviglioso la tradisce nel modo più crudele.

In quel momento nella mente di Alda Merini, qualcosa si rompe. Iniziano quelle che lei definisce “le prime ombre della sua mente” che la costringeranno ad un mese di internamento al termine del quale le verrà diagnosticato un disturbo bipolare. Siamo nel 1947, ha solo 16 anni.

Negli anni successivi al ricovero la carriera della Merini riceve uno slancio incredibile. Nel 1953 viene pubblicata la sua prima raccolta “La Presenza di Orfeo” che la inserisce di diritto nel novero dei poeti emergenti del panorama italiano. Persino nomi della letteratura come Pier Paolo Pasolini o Luciano Erba la elogiano.

Alda sembra essersi affrancata dalla sofferenza: è serena e riesce a dare un significato al mondo con le sue parole e la gente la ama per questo.

Nello stesso periodo sposa Ettore Carniti, ma nel matrimonio non trova quello che andava cercando: diventata madre e con le incombenze di una famiglia a cui far fronte sente che la vita le ha tirato un ennesimo brutto scherzo. Continua a pubblicare ma i suoi libri non riscuotono lo stesso successo: la gente sembra essersi dimenticata di lei e il mondo riprende a perdere di significato.

Al termine dell’ennesima lite con il marito, nel 1965, viene chiamata un’ambulanza: la Merini viene ricoverata in manicomio. Questo segna definitivamente il percorso emotivo della scrittrice milanese che, seppur con periodi di pausa più o meno lunghi, frequenterà questo tipo di strutture per ben 14 anni.

Negli anni 80 Alda Merini, che pur non ha mai smesso di scrivere, ha perso fama e notorietà. A dispetto delle tempeste emotive che la investono, perderà sia il primo che il secondo marito nell’arco di 5 anni compone quello che viene considerato il suo capolavoro “La Terra Santa”. Meno successo avrà “Diario di una diversa”, un’opera nella quale racconterà la sua esperienza negli ospedali psichiatrici.

Il successo che le sfugge da una vita e che ha solo assaggiato in gioventù arriva negli anni 90: Alda Merini viene quasi riscoperta e la casa editrice Einaudi pubblica alcuni suoi libri. Giornali e televisioni si interessano a lei che, finalmente si sente compresa e accettata.

Gli ultimi anni sono segnati da una produzione letteraria incessante e da riconoscimenti importanti come il Librex Montale ma purtroppo la discesa della sua mente nelle ombre ha cominciato ad accelerare vertiginosamente.

Provata nell’animo e nel corpo dalle sofferenze di una vita che non le ha risparmiato nulla, si spegne il 1° novembre del 2009.

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Pier Paolo Pasolini: l’uomo dai mille volti

In una bella mattina di Novembre, una di quelle in cui l’autunno si ostina a resistere nel cedere il passo al freddo invernale, una donna esce di casa e fa una scoperta che sconvolgerà l’Italia.

Sono le sei e 30 del mattino e ci troviamo all’idroscalo di Ostia, in una pozza di sangue ormai rappreso la donna trova il cadavere di Pier Paolo Pasolini.

Pasolini il poeta della trasgressione, il giornalista scomodo, il regista d’avanguardia ha trovato la morte su una spiaggia poco fuori Roma in circostanze violente e misteriose.

Tante sono le illazioni che circolano nell’Italia degli anni ’70 sulla morte di colui che meglio di chiunque ha saputo raccontare il sottoproletariato romano.

Ma prima di raccontarne la fine, per meglio capire chi era l’uomo Pasolini prima ancora che l’artista occorre fare un passo indietro.

Nato a Bologna nel 1922, trascorre l’infanzia e l’adolescenza in Friuli. Fin dall’inizio è chiaro che Pier Paolo ha talento e sensibilità non comuni:

 a soli sei anni  compone  una raccolta di poesie e disegni. Sarà solo la prima di una lunga serie di opere infantili che saranno perse durante la seconda guerra mondiale

La guerra lascia un segno profondo in Pasolini e gli porterà via uno tra gli affetti più cari: il fratello Guido, ucciso dai partigiani.

Dopo uno scandalo giudiziario, solo il primo di una serie che proseguirà per tutta la vita, è costretto a lasciare il Friuli e, all’inizio degli anni 50, va a vivere a Roma.

La città eterna lo fa entrare in una nuova dimensione artistica: l’incontro con quell’umanità variopinta che abita le periferie della capitale, rappresenta una fonte inesauribile di ispirazione.

In quelle persone che si barcamenano per arrivare a fine giornata, con i loro modi di fare e il gergo così diversi da quelli del suo amato Friuli Pasolini trae un’energia che lo spinge a  cercare in tutti i modi di integrarsi, di fare sì che quel mondo diventi anche il suo.

Negli anni diventa un punto di riferimento per la classe intellettuale. Le analisi crude e a volte spietate sulla società e la politica hanno una grande risonanza. Che siano le colonne di un giornale, un evento pubblico, la prefazione di un libro non differenza: mette a nudo le ipocrisie di una società borghese che vuol fare la rivoluzione ma che porta in essa il germe stesso del fallimento.

Pur rimanendo fedele al primo amore, la scrittura, il suo spirito inquieto e ribelle lo spinge a cercare nuove direzioni: si cimenta con successo sia come giornalista che come sceneggiatore e regista. Anche qui, neanche a dirlo, dividendo ferocemente il pubblico tra chi lo osanna e chi lo critica fortemente.

Pierpaolo va avanti, nonostante tutto. Finisce spesso protagonista di fatti di cronaca nera e si ritrova a combattere contro un sistema che non riesce ad accettare appieno la sua visione non solo della vita, ma anche della società.

Alcuni non gli perdonano il fatto di essere dichiaratamente omosessuale, altri di non riuscirsi ad omologare al pensiero dominante.

Le critiche non lo toccano, anzi sono uno stimolo per cercare sempre nuove prospettive per comprendere la realtà, per trovare un senso in un periodo storico pieno di contraddizioni.

Non riesce a godersi il successo, la sua esistenza sembra sempre una costante ricerca di qualcosa che si trova sempre un passo più in là dell’orizzonte del comune sentire.

Arriviamo alla mattina del 2 novembre 1975. Sono passati oltre vent’anni da quando arrivò a Roma da Casarsa senza avere idea di cosa ne sarebbe stato di lui. Da allora tutto è cambiato. Ha combattuto e vinto tante battaglie: sia sociali che legali.

La sera prima, come molte altre volte secondo quanto riferito da chi lo conosce, va in giro in cerca di compagnia. Ad Ostia incontra un ragazzo, tale Giuseppe Pelosi e vanno a cena insieme. Da quel momento, su cosa accade esattamente non ci sono certezze.

Pelosi dichiarerà ai giudici di aver avuto un alterco con Pasolini dopo averne rifiutato le avances e che la situazione è degenerata al punto da causarne la morte. Anni dopo ritratterà la sua versione dichiarando di essere estraneo alla morte dello scrittore e che sarebbero stati due uomini dal forte accento siciliano ad ucciderlo.

Quel che è certo è che in quell’anonima parte di Ostia, Pier Paolo è stato prima pestato e poi investito ripetutamente con la sua stessa auto.

Sarà l’attore Ninetto Davoli, suo grande amico a identificarne il corpo.

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Chiara Ferragni: l’inventrice del dolce saper fare niente come lavoro

Chiara Ferragni al tempo “Chiara Ferragni official page sono solo io”, secondo un pomposo documentario autoprodotto e presentato in prima serata su Rai 1 ma anche sui grandi schermi del cinema mondiale, prima di adesso, era una persona che si poneva un sacco di domande. Poi ha smesso, perché su instagram hanno inventato uno sticker che fa chiedere ai seguaci qualcosa a te.

La Ferragni è un fenomeno intercontinentale. Inutile girarci intorno; è bella, è intelligente, è colta, è sposata, ha un figlio, tra poco due e guadagna un sacco di soldi con un lavoro che s’è pure inventata da sola: non fare niente e insegnare agli altri come fare qualcosa.

Dopo l’invenzione del lavoro da influencer, tutti quelli che imitano Chiara, automaticamente, vengono etichettati appunto “influencer”; sono persone che hanno la capacità di trasmettere, si dice in modo convincente, la propria idea su un qualcosa che altrimenti non troverebbe soluzione. Sono in sostanza persone che indirizzano l’azione rispetto ad un determinato dilemma.

Ad esempio: non sai scegliere come pettinarti? Chiara Ferragni ti dice come ti devi conciare. Non sai come chiamare tuo figlio? Chiara Ferragni sì! Non sai che panino prendere al McDonald? Chiara, sceglie per te! Eccetera eccetera eccetera.

Certo, tutto questo ha un suo lato B e cioè che circa 2 milioni di persone all’unisono si pettineranno precisamente come te. E chi se ne frega! – penserai – tanto sono alla moda!

Solo che questo lo ha deciso uno che paga la Ferragni per dirti che l’unico modo di pettinarsi è questo e nessun altro.

Infatti, caro amic* (con asterisco) dovresti aver capito che alla fine non è Chiara a dirti come devi fare qualcosa, ma a sua volta è un qualcuno che anonimamente impone un modo di essere, di fare, di agire.

Solo che tu glielo fai fare e sei felice e content* (con asterisca).

La professione di influencer di questi tempi è la più ambita; milioni di persone si offrono su qualsiasi piattaforma sociale sperando arrivi il giorno in cui qualcuno vi metta nelle mani un prodotto, un’essenza o il destino di altre vite in cambio di denaro e la possibilità di dire al mondo che avete un lavoro. Un facile lavoro.

In qualsiasi momento della giornata postano e sperano!

Li vedi che si truccano, struccano, mostrano qualsiasi attimo della propria esistenza; se e quando scopano, se vogliono ancora scopare, se sono incinti, se soffrono di eiaculazione precoce o se c’hanno il ciclo, cosa leggono, cosa fingono di leggere e che musica ascoltano, cosa mangiano, cosa non mangiano, come vorrebbero vestirsi e come in realtà si vestono.

Non passa giorno che una casalinga, un operaio, uno studente, una mamma, un figlio di Papà, decidano di trasformare la propria vita in un Truman Show triste e deprimente.

Fotografano pietanze immangiabili, immagini di pietanze posti su piatti di plastica che sono così brutti che viene voglia di comprare al mercatino dell’usato una natura morta naif e appenderla in salotto. Con un volto irrealistico da clown, scattano selfie come soldati davanti ad una qualsiasi “challenge” virale promossa da altri improbabili influenzatori. Rispondono al richiamo della foresta e replicano.

Sono uomini e donne che piangono, si struggono, urlano, accusano i poteri forti ai quattro venti e costantemente tentano di espandere le proprie reti per sopravvivere; vivono il disagio più grande nel momento in cui vengono bannati dai sistemi di sicurezza delle piattaforme che li segnalano come spam per aver rotto i coglioni a chiunque con le richieste di amicizia e gli “inseguimenti”.

Passano le giornate a replicare la propria immagine umiliandosi con tag come “like4like”, che poi, diciamocelo è la versione meno nobile, quasi per disperati, del più classico dei “do ut des”.

Chiara Ferragni disegnata da Anna Francesca Schiraldi la Malvagia

Sono persone che trasformano i propri figli in uno spot demenziale di Ciccio Bello o la propria camera da letto in un set cinematografico, imponendo al mondo la visione di un catalogo di mobili shabby che farebbe invidia a “Mondo convenienza” oltre che la sofferenza dei loro bambini ridicolizzati.

Hanno cani e gatti consumati dalle coccole, stressati dalle centinaia di autoscatti e che, se potessero parlare, si augurerebbero la strada piuttosto che un’altra terribile effusione in favore di fotocamera.

Insomma, avrete capito da soli che il problema di tutta questa storia non è Chiara Ferragni, ma l’idea che chiunque possa pensare di essere Chiara Ferragni e vivere nel dolce saper fare niente, non sapendo nemmeno come si fa a non fare niente e facendosi pagare.

Grazie Chiara per aver reso visibili gli scemi della porta a fianco.

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Frida Khalo: icona accigliatissima dell’arte

Iconica e affascinante, Frida Khalo o semplicemente Freeeda perché se la nomini in pubblico devi avere una certa ampiezza nel pronunciare le vocali, è la pittrice messicana più famosa del mondo. E su questo non ci sono dubbi.

Celebrata più per la sua storia personale che per le sue opere, della pittrice purtroppo si considera più il personaggio che la sua arte.

Diventata infatti icona e oggetto di idolatria dei movimenti LGBTQI YPSLON, miniera d’oro per i venditori di poster a dieci euro, stampatori di borse per la spesa e missionari del kamasutra, Frida, all’anagrafe Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón, è anche il nome di una pizzeria di grido nella città di Palermo.

Da anni l’immagine di questa donna straordinaria è difatti divenuta un oggetto di consumo su larga scala; e se in casa pertanto non hai una foto di Frida Khalo intenta ad unire le sopracciglia in un’unica grande siepe, allora non sei veramente gay friendly! Lo dicono le principali ricerche scientifiche sull’omofobia, un’amica di nome Matilde e un accendino che ti guarda incazzato venduto a soli 12 euro.

Non si sa bene perché e quando, ma ad una certa, la triste storia personale della Khalo, vittima di un incidente autostradale che ne compromise l’esistenza, è divenuta, per via di alcune teorie sulla sua bisessualità e al pari dei cappottini per i Chihuahua, anch’essi messicani, elemento essenziale dell’orgoglio gay al punto da far passare in secondo piano la figura stessa dell’artista.

Frida Khalo disegnata da Anna Francesca Schiraldi la Malvagia

Orgoglio a parte, pensando a Frida, non si può dunque disconoscere l’idea che della fama e del talento nella cultura di massa sia rimasto ben poco in favore di un’isteria collettiva che tende a premiarne un’immagine presunta. Una storia falsata, al punto che se provi a chiedere ad uno qualsiasi dei suoi fans di parlare dei lavori artistici della stessa, la buttano in caciara parlando della malattia, dell’incidente e del marito traditore.

E questo, nel lungo periodo, diventa un po’ imbarazzante perché molto spesso queste risposte sono date da venditrici di femminismo incazzoso, da donne incazzose, eccetera eccetera e dunque, a farla breve, da persone incazzose che probabilmente della Khalo apprezzano più l’accigliatura che la professione.

In sostanza, presumibilmente, non sono delle vere e proprie femministe, donne o persone, ma semplicemente delle entità incazzose che vestono Desigual o moda mercatino dell’usato, semplicemente per assumere un’identità.

Qualsiasi essa sia.

p.s.

se volete inviare una protesta per questo testo scrivere una mail a esticazzi@ilmalvagio.it