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Ettore Majorana: la scomparsa del secolo

La sua scomparsa improvvisa sconvolse l’Italia fascista. Ettore Majorana, l’allievo prediletto di Enrico Fermi, uno degli scienziati più brillanti del mondo sparì senza lasciare traccia dando origine ad un mistero ancora oggi irrisolto. Schivo e introverso per natura, il fisico di origine siciliana dopo un viaggio nella Germania nazista divenne un eremita. Nessuno seppe mai cosa lo turbò tanto da spingerlo a chiudersi ancora di più in se stesso e ad annunciare di volersi suicidare ad amici e famigliari. Giovanni Scarlata ci racconta la fine di una delle menti più dotate e allo stesso tempo più fragili della storia d’Italia, un uomo il cui genio lo avrebbe iscritto di diritto nella cerchia dei più grandi scienziati di sempre ma che fu sopraffatto dalla vita e dai fantasmi della sua mente.

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Michael Schumacher: più veloce della morte

Durante tutta la sua carriera Michael Schumacher ha fatto la storia della Formula 1. Capace di battere record che sembravano inattaccabili, il pilota tedesco ha  spinto l’asticella sempre più in alto, senza mai porsi limiti e  avendo solo un unico obiettivo: vincere ad ogni costo. Giovanni Scarlata ci racconta l’epopea dell’uomo che fece ritrovare entusiasmo ai tifosi della Ferrari dopo anni di delusioni. il percorso che lo portò da essere un pilota di kart come tanti ad uno dei più grandi di sempre e il terribile incidente sciistico che quasi gli costò la vita.

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Emilio Salgari: lo scrittore spezzato

Emilio Salgari è uno degli scrittori più famosi della letteratura italiana. Grazie ai suoi romanzi e ai suoi leggendari personaggi, milioni di lettori hanno potuto immergersi in luoghi e culture esotiche e vivere avventure mozzafiato.

Il creatore di Sandokan però era un uomo profondamente infelice. Benedetto con talento e capacità narrative fuori dal comune Salgari era una di quelle persone incapaci di venire a patti con la vita.

Giovanni Scarlata ci porta dentro alle fragilità della mente del celebre scrittore che, in una mattina di fine aprile, spezzò la sua penna per sempre.

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Fernando Botero: il genio dal pennello cinghiale

Fernando Botero, l’artista che ha trasformato la ciccia in opera d’arte. Nume tutelare di quelli che vogliono alzare il culo dal divano e mettersi a dieta, Botero ha il grande merito di aver riscritto un parametro estetico dai tempi di Budda. Pittore e scultore con una giovinezza da torero, si dice sia costantemente perseguitato dalla lobby dei diabetologi e dei nutrizionisti che cercano in tutti i modi di mettere a tacere un’arte dai modelli antiestetici e soprattutto antieconomici. Carmelo Di Gesaro ci racconta tutto quello che avremmo dovuto sapere ma che non abbiamo mai osato chiedere su uno degli autori più importanti della contemporaneità.

Testo: Carmelo Di Gesaro
Voce: Edoardo Camponeschi e Ménéstrandise Audiolibri
Disegni: Anna Francesca Schiraldi e Schiraldi Art

Fernando Botero disegnato da Anna Fancesca Shiraldi la Malvagia
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Moana Pozzi: inventrice della libertà

Protagonista dei sogni erotici degli italiani. Bella, sensuale e intelligente, Moana Pozzi seppe sconvolgere le ipocrisie morali della gente offrendo una immagine del porno diversa, l’idea di un amore libero senza vergogna. Responsabile morale della perdita di diottrie di milioni di ragazzi, Moana Pozzi era un mito ancora prima di una morte prematura.
Carmelo Di Gesaro racconta la vera Moana Pozzi, colei che liberò l’Italia dai falsi pudori e ricaricò l’autostima di un esercito di pugnettari.

Testo: Carmelo Di Gesaro
Voce: Edoardo Camponeschi e Ménéstrandise Audiolibri
Disegni: Anna Francesca Schiraldi e Schiraldi Art

Moana Pozzi disegnata da Anna Fancesca Schiraldi la Malvagia
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Alda Merini: la luce nelle ombre

Nell’immaginario collettivo il talento è una benedizione. Le persone che lo possiedono sono viste con ammirazione, a volte con invidia per aver ricevuto quello che viene considerato un vero e proprio dono.

Eppure, il talento a volte può essere tutto fuorché una benedizione. Ti fa sentire incompreso, solo come se fossi distaccato dal resto del mondo che sembra sempre scorrere in una direzione opposta alla tua. Molti in questa solitudine trovano la forza di emergere e colmare le distanze con le persone, di andare incontro ad una realtà ai cui schemi non riescono ad abituarsi.

Per Alda Merini non fu così semplice. Un talento troppo grande per una mente messa a dura prova dalla vita fin troppe volte e per questo con un equilibrio precario.

Nata nel 1931 a Milano, Alda si trova fin da subito a dover venire a patti con le contraddizioni di una realtà che non riesce proprio ad accettarla: da un lato il padre Nemo, che le regala un dizionario e le insegna ogni giorno una nuova parola; dall’altro la madre Emilia, molto più severa e conservatrice che ritiene superfluo l’approfondimento culturale per una donna il cui unico scopo è quello di essere una buona moglie e madre.

La piccola Alda si trova a dover vivere tra due fuochi e nella sua testa scatta qualcosa. Ha una crisi mistica: comincia a portare il cilicio e esprime il desiderio di prendere i voti. Questo episodio è emblematico di tutta quella che sarà la vita della Merini: la madre non prende nemmeno in considerazione l’idea che il disagio della figlia possa essere psicologico e la riempie di vitamine.

Nonostante le incomprensioni e gli ostacoli che nel corso degli anni è costretta ad affrontare, ha un talento troppo grande per non essere notato. Grazie ad un’insegnante delle scuole medie riesce ad entrare in contatto con Giacinto Spagnoletti che decide di diventarne il mentore e aiutarla a crescere artisticamente.

Alda è poco più che una ragazzina ma il suo nome già comincia a circolare nei salotti letterari di Milano. Possiamo solo immaginare la sua felicità il giorno che torna a casa con una sua poesia recensita da Spagnoletti. Quello che non possiamo immaginare è il suo dolore quando, dopo averla mostrata al padre, questi la strappa perché non ritiene la poesia un mezzo di sussistenza.

La delusione è enorme. Proprio il padre che le ha insegnato ad amare le parole, a perdersi dentro il loro significato per creare qualcosa di nuovo e meraviglioso la tradisce nel modo più crudele.

In quel momento nella mente di Alda Merini, qualcosa si rompe. Iniziano quelle che lei definisce “le prime ombre della sua mente” che la costringeranno ad un mese di internamento al termine del quale le verrà diagnosticato un disturbo bipolare. Siamo nel 1947, ha solo 16 anni.

Negli anni successivi al ricovero la carriera della Merini riceve uno slancio incredibile. Nel 1953 viene pubblicata la sua prima raccolta “La Presenza di Orfeo” che la inserisce di diritto nel novero dei poeti emergenti del panorama italiano. Persino nomi della letteratura come Pier Paolo Pasolini o Luciano Erba la elogiano.

Alda sembra essersi affrancata dalla sofferenza: è serena e riesce a dare un significato al mondo con le sue parole e la gente la ama per questo.

Nello stesso periodo sposa Ettore Carniti, ma nel matrimonio non trova quello che andava cercando: diventata madre e con le incombenze di una famiglia a cui far fronte sente che la vita le ha tirato un ennesimo brutto scherzo. Continua a pubblicare ma i suoi libri non riscuotono lo stesso successo: la gente sembra essersi dimenticata di lei e il mondo riprende a perdere di significato.

Al termine dell’ennesima lite con il marito, nel 1965, viene chiamata un’ambulanza: la Merini viene ricoverata in manicomio. Questo segna definitivamente il percorso emotivo della scrittrice milanese che, seppur con periodi di pausa più o meno lunghi, frequenterà questo tipo di strutture per ben 14 anni.

Negli anni 80 Alda Merini, che pur non ha mai smesso di scrivere, ha perso fama e notorietà. A dispetto delle tempeste emotive che la investono, perderà sia il primo che il secondo marito nell’arco di 5 anni compone quello che viene considerato il suo capolavoro “La Terra Santa”. Meno successo avrà “Diario di una diversa”, un’opera nella quale racconterà la sua esperienza negli ospedali psichiatrici.

Il successo che le sfugge da una vita e che ha solo assaggiato in gioventù arriva negli anni 90: Alda Merini viene quasi riscoperta e la casa editrice Einaudi pubblica alcuni suoi libri. Giornali e televisioni si interessano a lei che, finalmente si sente compresa e accettata.

Gli ultimi anni sono segnati da una produzione letteraria incessante e da riconoscimenti importanti come il Librex Montale ma purtroppo la discesa della sua mente nelle ombre ha cominciato ad accelerare vertiginosamente.

Provata nell’animo e nel corpo dalle sofferenze di una vita che non le ha risparmiato nulla, si spegne il 1° novembre del 2009.

Silvio Berlusconi - 30 biografie

Silvio Berlusconi: un uomo che ha posseduto tutto, persino il diavolo

Imprenditore di successo, politico controverso, indiscutibile amante della fregna. Silvio Berlusconi è la caricatura di successo di Renzo Montagnani, con quel fascino nazional popolare che non guasta mai!
Elicotteri, calciatori, vulcani finti, Putin ma soprattutto tante (ma proprio tante) donne: queste, insieme ad un complicato rapporto di odio&odio con la magistratura, le costanti nella vita dell’inventore dell’uomo totale.

Silvio Berlusconi disegnato per noi da Anna Francesca Schiraldi la Malvagia
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Josip Ilicic: genio ancorato alla lampada (con podcast)

Ci sono persone che vanno in giro con un buco nel cuore, ferite talmente profonde che nemmeno il tempo, gli affetti o il successo riescono a rimarginare completamente. Le vedi andare avanti, sforzarsi di vivere normalmente ma, in fondo ai loro occhi, scorgi una presunta normalità frutto di un difficile lavoro da equilibristi e che a volte, con un singolo avvenimento crolla, portandosi dietro le fragili barriere dell’apparenza.

Il 10 marzo 2020, Josip Ilicic aveva il mondo ai suoi piedi. Il funambolico calciatore sloveno aveva appena giocato una partita strepitosa segnando 4 goal al Valencia nella gara di ritorno dei quarti di finale di Champions League. Con quella prestazione, oltre a regalare all’Atalanta un risultato storico, Ilicic si iscriveva di diritto nella ristrettissima cerchia di giocatori capaci di mettere a segno un poker di reti in una sola gara nella massima competizione calcistica continentale.

I giornali di tutta Europa lo esaltarono arrivando ad inserirlo nella lista dei possibili vincitori del Pallone d’Oro. Tutto andava a gonfie vele. Dopo anni di critiche feroci, e spesso ingiuste, per la sua discontinuità il talento sloveno era riuscito ad affermarsi e, insieme alla squadra di Bergamo, faceva paura a tutte le altre in lizza per la vittoria finale. Perfino il ricchissimo Paris Saint Germain, prossimo avversario, cominciava a preoccuparsi di quella schiacciasassi in maglia nerazzurra!

Ma Ilicic e Bergamo non hanno tempo per festeggiare: in un breve intervallo l’operosa città lombarda diventava il principale focolaio italiano di Covid-19. Le immagini dei morti, trasportati via dai camion dell’esercito, facevano il giro del mondo lasciando un segno profondo nell’immaginario collettivo. Josip è un ragazzo sensibile, fin troppo secondo chi lo conosce bene.

Nato a Prijedor, in Bosnia-Erzegovina, perde il padre a soli 7 mesi, ucciso da un vicino di origine serba durante le prime avvisaglie di quell’enorme conflitto etnico che diede luogo alla Guerra dei Balcani. Questa tragedia, unita a tensioni sempre più forti nei confronti delle famiglie di origine croata come la sua, lo porta a trovare rifugio in Slovenia ma ormai il danno è fatto: il buco ha cominciato a formarsi e lo accompagnerà nel corso di tutta la sua vita.

Gli anni passano, Josip cresce e dimostra un talento fuori dal comune con un pallone fra i piedi; delle sue qualità si innamora il presidente del Palermo Maurizio Zamparini che nel 2010 lo porta in Italia. A Palermo Ilicic alterna prestazioni da vero fuoriclasse a partite indolenti ma riesce a farsi amare dai tifosi che vedono in quello spilungone tanto sfrontato sul rettangolo di gioco quanto schivo e taciturno fuori, un giocatore come se ne vedono pochi.

Le strade con il Palermo si dividono e, dopo un’esperienza in chiaroscuro alla Fiorentina che ne offusca la stella, nel 2017 approda all’Atalanta fra l’indifferenza generale. A Bergamo però, il ragazzo di Prijedor, rinasce e riesce ad esprimere appieno tutte le sue potenzialità. Almeno fino a quella maledetta sera di marzo.

Le immagini di una Bergamo blindata, dove la gente continua a morire a centinaia ogni giorno si affollano nella sua mente. La città che lo ha adottato, che lo ha fatto sentire di nuovo un calciatore sta combattendo una guerra durissima e la sta perdendo. In quel momento, durante una quarantena che terrà l’Italia intera in casa, il buco si riapre.

Tornano le paure, le ansie, le incertezze di chi ha visto la propria infanzia e la propria innocenza spazzata via prima ancora di avere la possibilità di viverla. L’angoscia di un bambino che non ha mai conosciuto il padre, torna a farsi sentire e dal cuore infetta tutto il corpo.

Anche a quarantena finita, con le cose che lentamente tornano alla normalità, la situazione non migliora. Le gambe, come si dice in gergo calcistico, non girano e gli allenamenti sembrano un’inutile perdita di tempo. In poche settimane perde il posto nell’undici titolare per poi sparire anche dalla lista dei convocati.

Tutti si chiedono che fine abbia fatto, cosa sia successo, ma dall’Atalanta non trapela nulla. Solo dopo settimane di pressanti domande, per mettere a tacere tutte le strane congetture che sono nate intorno alla vicenda, viene fuori uno stringato messaggio che spiega come Ilicic abbia dei problemi personali e che, al momento, si trova in Slovenia con la famiglia. I tifosi si stringono intorno a lui facendogli sentire tutto il loro affetto attraverso i social.

La partita con il Psg si avvicina e senza di lui sarà ancora più difficile ma a nessuno importa. Josip, il funambolo con il buco nel cuore è uno di loro e loro lo aspetteranno a braccia aperte.

L'Italia che legge

L’Italia che legge?

Durante tutto il periodo del lockdown abbiamo avuto l’idea che gli italiani, presi dalla noia dello stare a casa, avessero ripreso la sana abitudine della lettura; una pia illusione consolidata dalla miriade di iniziative nate sotto al simbolo del millennio, il cancelletto, con aggregate le parole iorestoacasaeleggo. 

Un’utopia quella dell’Italia che legge, che ha spinto molti a pensare che la lettura fosse tornata di moda.

Un sogno, smentito da un’indagine condotta da Cepell-AIE  dal titolo “la lettura nei mesi dell’emergenza sanitaria” (che trovate qui)che di fatto ha evidenziato dati peggiori del previsto (col punto più basso dal 2017 ad oggi) e cioè, gli italiani in casa non solo non hanno letto di più, piuttosto, hanno ridotto ancora la quota di tempo  pro capite dedicata alla cultura personale.

A Marzo 2020 infatti, “la percentuale di italiani (15-74 anni) che dichiarava di aver letto almeno un libro è del 58%, in calo di 15 punti percentuali rispetto al marzo dell’anno precedente.

E il valore scende al 50% quando si prendono in considerazione solo gli ultimi due mesi, ovvero marzo e aprile del 2020. Chi non ha letto libri a marzo e aprile del 2020 è il 50% della popolazione, mentre su base annua questa stessa percentuale è del 42%” scrivono nella sintesi della ricerca gli autori.

Dunque, per quanto l’Istat possa dire il contrario con un’altra ricerca (che trovate qui), includendo anche i quotidiani, che per molti sono solamente i titoli dei giornali appresi casualmente sulle bacheche della propria rete di contatti, dovremmo sinceramente preoccuparci di invertire una tendenza che punta pericolosamente verso il basso.

Un paese che non legge infatti, è un paese che non ha memoria, che perde lentamente la sua cultura e che non è capace di interpretare la realtà; e come sappiamo, la realtà sta alla base della costruzione sociale (“La realtà come costruzione sociale”, Berger e Luckmann, 1966).

Se vogliamo, anche leggermente, soffermarci su questa piccola riflessione, possiamo tranquillamente affermare che un popolo che non legge, lentamente, perde la sua capacità di essere coeso, di essere Stato.