copertinamajorana

Ettore Majorana: la scomparsa del secolo

La sua scomparsa improvvisa sconvolse l’Italia fascista. Ettore Majorana, l’allievo prediletto di Enrico Fermi, uno degli scienziati più brillanti del mondo sparì senza lasciare traccia dando origine ad un mistero ancora oggi irrisolto. Schivo e introverso per natura, il fisico di origine siciliana dopo un viaggio nella Germania nazista divenne un eremita. Nessuno seppe mai cosa lo turbò tanto da spingerlo a chiudersi ancora di più in se stesso e ad annunciare di volersi suicidare ad amici e famigliari. Giovanni Scarlata ci racconta la fine di una delle menti più dotate e allo stesso tempo più fragili della storia d’Italia, un uomo il cui genio lo avrebbe iscritto di diritto nella cerchia dei più grandi scienziati di sempre ma che fu sopraffatto dalla vita e dai fantasmi della sua mente.

copertinaserlone

Serlone II d’Altavilla: l’eroe dimenticato

Serlone e Brachi non erano amici, erano fratelli; siamo in sicilia intorno all’anno mille, la lotta tra normanni e saraceni infuria ed è impensabile anche solo pensare alla parola Pace. Serlone alias Serlone II d’Altavilla è un invincibile guerriero normanno su cui si narrano storie dai contorni sempre più leggendari. Tra queste, si racconta che nella battaglia di Cerami, capeggiando un drappello di soli 36 cavalieri riuscì nell’impresa di annientare un’armata di oltre tremila nemici.

Brachi, il cui vero nome è Ibrahim, è un soldato musulmano. Sono tempi difficili quelli intorno all’anno 1000 in Sicilia: se vieni catturato dalla fazione nemica, l’unica cosa che puoi fare è pregare che ti venga concessa una morte rapida. Non c’è alcuna possibilità che le cose finiscano diversamente. Così quando Brachi viene fatto prigioniero da una squadriglia di soldati normanni sa bene qual è il suo destino: morire per mano degli infedeli.

Non si sa bene quale divinità si sia mossa a compassione o quale capriccio abbia mosso il destino ma, poco prima che giustizino Brachi, arriva Serlone e gli salva la vita.

Chiunque altro provasse a fare una cosa simile farebbe compagnia sul patibolo al saraceno ma lui è il valoroso Serlone d’Altavilla e nessuno può contraddirlo.

Quasi incredulo che la sua testa  sia rimasta attaccata al corpo, Brachi si getta ai piedi di Serlone e gli giura imperitura fedeltà. Arrivano addirittura, mediante il rito del tirarsi le orecchie, a diventare fratelli adottivi: un normanno e un saraceno!

Sebbene nessuno osi dire in sua presenza qualcosa, le critiche sulla scelta dell’erede del casato degli Altavilla crescono a dismisura. Nessuno si fida di Brachi: è un saraceno e non appena sarà possibile pugnalerà alle spalle Serlone mostrando a tutti che non ci si può fidare di loro.

Al normanno le chiacchiere non interessano. Lui è un uomo d’onore e trova inconcepibile che qualcuno possa dubitare del suo fratello adottivo: la fede li divideva, la misericordia e l’onore li uniscono in un vincolo che nemmeno l’Altissimo potrà spezzare.

Il destino sa davvero essere beffardo. Non sappiamo se faccia tutto parte di un piano iniziale o semplicemente ad un certo punto Brachi apre gli occhi sulla realtà: lui è un musulmano, un saraceno che combatte per la gloria del Profeta e Serlone è lo sterminatore della sua gente, l’uomo più temuto tra le fila del sultano. In quella calda estate del 1072 Brachi lo avvisa che una pattuglia di sette cavalieri arabi sarebbe andata da Cerami ad Enna. Serlone non attende un istante e balza a cavallo per andare ad intercettarli insieme ad un piccolo manipolo di compagni. Pregusta già una vittoria lampo ma sopratutto la possibilità di zittire, una volta per tutte, chi ancora dubita di suo fratello.

Ma una volta arrivato nei pressi della cittadina di Nissoria lo spettacolo che gli si presenta davanti lo lascia tramortito. Non si tratta di una pattuglia di cavalieri, ma di un reggimento di oltre tremila soldati. In poco tempo viene avvistato dalle vedette e tutta quell’immensa massa di uomini si muove verso di lui con un solo scopo: ucciderlo nel modo più doloroso possibile.

Nonostante la consapevolezza di essere stato tradito dall’uomo che considerava un fratello, Serlone che riesce a rompere l’accerchiamento e riparare su una rupe sulla riva sinistra del fiume Salso. Con le forze centuplicate dalla rabbia per aver visto la sua fiducia derisa sfrutta la posizione sopraelevata per un ultimo, disperato tentativo di difesa. Sa bene che non uscirà vivo da quella valle ma, prima di andare al cospetto di Dio, ucciderà più saraceni possibili.

Nonostante i suoi sforzi e il considerevole numero di nemici abbattuti, il numero degli aggressori e troppo soverchiante. Ben presto i suoi compagni cadono uno dopo l’altro e lui rimasto solo non può far altro che morire urlando la sua rabbia verso chi lo ha tradito.

Ciò che accade dopo testimonia quanto Serlone fosse temuto e quanto significhi la sua morte per i guerrieri saraceni. Il suo cuore viene divorato per assorbirne il coraggio e la forza e la sua testa viene messa su una picca e fatta sfilare per le vie di Castrogiovanni: la Sicilia diventerà araba e questa vittoria lo dimostra!

L’eco della morte di Serlone arriva fino a Palermo, alla corte normanna. I fratelli giurano vendetta ma prima occorre rendere onore alle povere spoglie lasciate in balia degli animali. Giunti sul luogo dove il più grande degli Altavilla combatté l’ultima battaglia giurano vendetta e incidono su quella rupe di arenaria che raccolse gli ultimi istanti di vita dell’eroe normanno una gigantesca croce. Da quel momento quell’anonima roccia nella valle del Salso diventa la Pietra di Serlone.

Almeno fino agli anni 60 del secolo scorso. Il terreno su cui si ergeva e che da quasi un migliaio di anni portava la testimonianza di questa vicenda viene ceduto ad una ditta di estrazione di pietra arenaria e la Storia è costretta a cedere il passo agli affari: la rupe viene distrutta e con essa sparisce la traccia di uno dei più grandi combattenti del periodo normanno. Guerriero implacabile, uomo misericordioso, amico tradito.

post libero gassi

Libero Grassi e le pantofole che misero paura alla mafia (con podcast)

Ci sono uomini che di fronte agli ostacoli cercano soluzioni per aggirarli, altri, spaventati, tornano indietro e poi ci sono quelli che non si fermano e che, quegli ostacoli, provano ad abbatterli, per liberare non solo il proprio cammino ma anche quello degli altri.
Quando a Libero Grassi chiesero denaro in cambio di protezione per la sua ditta, la Sigma, gli tornò alla mente il 1942, quando entrò in seminario per non combattere la guerra ingiusta delle truppe nazi-fasciste; quasi 50 anni dopo, fu lui stesso a dichiarare una guerra.

La richiesta del “contributo”, come la chiamavano quei due, fu uno schiaffo terribile per Grassi: la Sigma era la sua creatura, il più grande dei suoi figli e mai avrebbe potuto cedere ad un simile ricatto. Pagare, sarebbe stato umiliante, un modo come un altro per cedere le chiavi dello stabilimento tessile alla Mafia!
Il rifiuto avviò le rappresaglie tipiche del modus operandi mafioso: telefonate minacciose, atti vandalici e attentati alla proprietà.
Siamo negli anni ‘90 a Palermo e la Mafia è un’entità invisibile però maledettamente concreta: nessuno ne parla, nessuno la vede e tutti obbediscono; una sorta di catena alimentare: in cima i taglieggiatori che si nutrono, come parassiti, dei guadagni leciti degli imprenditori con la scusa di offrirgli protezione.
Tutti pagano, tutti stanno zitti e nessuno fa niente. Meglio tenere la testa bassa, pagare, pregare e sorridere. Libero Grassi però, non ce la faceva proprio a sorridere; non riusciva a tollerare quella richiesta da 50 milioni (di lire)! Un pensiero che lo faceva stare seduto. Con quale coraggio quei delinquenti, anzi no, quelle COSE INUTILI erano venuti a fargli una proposta del genere?

Nei giorni successivi al rifiuto le cose cominciarono a farsi complicate e la tentazione di darsi per vinto sarebbe stata irresistibile per chiunque. Per chiunque, ma non per Grassi che decide di non chinare la testa e continuare ad essere un uomo senza padroni e, come detto, forte al punto da dichiarare una guerra senza quartiere alla Mafia. La attaccò sia sul piano giuridico, denunciando il tentativo di estorsione alle autorità, sia su quello ideologico, sfidandola pubblicamente con una lettera aperta sul Giornale di Sicilia, dal titolo: “Caro estortore”. In quelle pagine del 10 Gennaio 1991, oltre a confermare nettamente il rifiuto, Grassi compie qualcosa di rivoluzionario, folle per le logiche dell’epoca: urlare i nomi dei suoi aguzzini. Solo chi ha vissuto e respirato la Palermo di quel periodo capirà nel profondo cosa significhi un gesto così eclatante: per una volta qualcuno aveva messo a nudo la Mafia.

Le reazioni non tardarono ad arrivare e fecero davvero male. Mentre in Italia si formava un movimento di opinione in favore dell’imprenditore, la sua terra, gli voltò le spalle. Il presidente di Sicindustria Salvatore Cozzo definisce la denuncia di Grassi una “tammuriata” che scredita l’immagine degli onesti imprenditori siciliani. Un giudice di Catania poi, tale Luigi Russo, arriverà a stabilire in una sentenza che non è reato pagare il pizzo, anzi, quasi fosse un costo che le imprese siciliane debbono preventivare.

Libero Grassi non si ferma, dai più importanti prosceni televisivi continua ad attaccare il nemico ma è chiaro a tutti l’abbandono al proprio destino. Anche se i suoi estorsori sono stati arrestati, qualcuno verrà a presentargli il conto ma, fino ad allora, più persone possibili dovranno sapere, dovranno prendere coscienza che la Mafia può e deve essere sconfitta. Che chi deve “calare le corna” non sono i cittadini onesti ma loro, parassiti di una società che non riesce a reagire.

Passano i mesi, i riflettori sulla vicenda cominciano progressivamente a spegnersi e Grassi, che non ha mai accettato la scorta offerta dallo Stato, è sempre più solo. Il 29 Agosto la Mafia decide di fare la sua mossa: l’imprenditore che aveva avuto la forza di dire di no, viene raggiunto da 5 colpi di pistola sotto casa. Aveva 67 anni e di lui, resta un manifesto sbiadito.

Quello che accadde dopo, le medaglie, le trasmissioni televisive, il cordoglio e il senso di colpa sono un’appendice di ipocrisia ad una morte che poteva e doveva essere evitata.

Libero Grassi, un uomo perbene sfidò un mostro che sembrava invincibile e meritava di meglio; aveva scelto il seminario per non combattere una guerra si ritrovò a farne una.

Con le sue parole, troviamo l’ispirazione per non doverci piegare mai più:

«Volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere. Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui.»