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Steven Spielberg: il tipico primo della classe

Regista di talento, accumulatore seriale di premi Oscar e Golden Globe, Steven Spielberg è la garanzia del grande cinema hollywoodiano. Grazie ai suoi film ci siamo commossi, abbiamo riso e ci siamo innamorarti. A volte a fare tutte queste cose insieme! Da Schindler’s List allo Squalo passando per i vari Indiana Jones, le opere di Spielberg sono la passione per milioni di persone, un successo che lo ha reso una leggenda vivente. Tutto quello che volevate sapere e anche quello che non avreste mai osato chiedere e se lo volevate chiedere non l’avete fatto su Steven Spielberg attraverso la penna di Carmelo Di Gesaro.

Testo: Carmelo Di Gesaro
Voce: Edoardo Camponeschi e Ménéstrandise Audiolibri
Disegni: Anna Francesca Schiraldi e Schiraldi Art

Steven Spielberg disegnato dalla nostra Anna Francesca Schiraldi la Malvagia
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Sean Connery: il più bello e sexy di tutti (episodio speciale)

Vincitore di un Premio Oscar, tre Golden Globe (compreso l’Henrietta Award e quello alla carriera), due Premi BAFTA, 1 kg di pasta Voiello trafilata al bronzo e due agnelli alla festa del Santo Patrono di Caltavuturo, Sean Connery è da sempre l’uomo più sexy del pianeta.

Se infatti uno dei vostri vicini si chiama SCION (esSe Cci Ii Oo eNne), dovreste sapere che con molta probabilità il motivo è dovuto al fatto che i genitori fossero dei fan dell’attore scozzese.

E se Sean non è altro che la volgarizzazione irlandese del nome John, SCION (esSe Cci Ii Oo eNne) è la risultanza poraccia di Sean che deriva appunto da Sean di Sean Connery.

Scomparso a soli novant’anni il 31 di ottobre del 2020, arrivò alla fama planetaria grazie all’interpretazione dell’agente segreto inglese 007; un successo che lo trasformò da attore brillante a icona sexy fino a diventare il padre putativo di una generazione di SCION (esSe Cci Ii Oo eNne).

Produttore cinematografico e tifosissimo dei Glasgow Rangers, Connery tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 rappresentava tutto ciò che un uomo doveva essere in quegli anni: figo, amante selvaggio, spregiudicato, pilota di autovetture veloci e talvolta alcolizzato.

Sean Connery disegnato da Anna Francesca Schiraldi la Malvagia

Se volevi essere come James Bond dovevi anche pronunciare il tuo nome in principio ad una qualsiasi discussione, un po’ come farebbe oggi un rapper all’inizio di una sua canzone. Ma non è finita qui, dovevi provarci con qualsiasi donna ti passasse a tiro e, tra una pomiciata e l’altra, sconfiggere cattivi di ogni sorta a partire dalla suocera.

Amato e idolatrato, Sean Connery, nonostante fosse diventato pelato all’età di 17 anni, è stato considerato fino alla fine dei suoi giorni, un sex symbol irraggiungibile; elegante e sfrontato, non senza capelli eh, ottenne l’oscar nel 1988 come attore non protagonista ne ‘Gli intoccabili’ a fianco di Robert De Niro e Kevin Costner che appunto, durante tutto il film, tentavano l’approccio al volo con l’attore per scattarsi un selfie, non riuscendoci mai.

Nel film di Brian De Palma, Connery, nei panni di Paolo Frajese, da sempre molto geloso della sua privacy e dei suoi servizi giornalistici in tv, seppe replicare al meglio tutte le tecniche apprese durante le fughe da James Bond, per sfuggire dalle grinfie di Gabriele Paolini e Mauro Fortini (De Niro e Costner), fanatici acchiappa vip e disturbatori.

Diventato vegano nel 2011, si impegnò duramente per la salvaguardia dell’ambiente e prese parte alla battaglia per far chiamare il cibo vegano con gli stessi nomi dei prodotti a base di carne che replicavano.

Forte sostenitore dell’indipendenza scozzese, era solito indossare pubblicamente il Kilt, abbigliamento che fu fonte d’ispirazione per girare le riprese di “Quando la moglie è in vacanza” dove, con la famosa scena della grata, Marilyn Monroe, vestita di un abito bianco e con un cocktail in mano, si dimenava intenta a proteggere l’intimità da una folata di vento proveniente dal basso.

Addio Sean, Sean Connery, insegna agli angeli a presentarsi.

Julius Oppenheimer: il peso atomico della coscienza

Julius Oppenheimer: il peso atomico della coscienza

A volte gli uomini raggiungono traguardi talmente importanti da passare alla Storia. Risultati che hanno il potere di cambiare non solo la vita di chi li ha conseguiti, ma quella del mondo intero. Tutto questo però ha un prezzo, come una sorta di esistenziale legge del taglione: ottenere qualcosa ma dover necessariamente rinunciare a una parte di se stessi

Quando Julius Robert Oppenheimer fu chiamato dal presidente degli Stati Uniti a dirigere il progetto Manhattan era il 1942: il mondo era lacerato dalla Seconda Guerra Mondiale e i due blocchi di potere contrapposti cercavano disperatamente di prevalere l’uno sull’altro. La Germania nazista di Adolf Hitler, forte del suo elevato grado di avanzamento tecnologico, aveva imposto alle truppe alleate uno stallo. Occorreva trovare una soluzione che sparigliasse le carte, che cambiasse i rapporti di forza: quella soluzione era la bomba atomica e il Progetto Manhattan la chiave per ottenerla.

Oppenheimer, a 38 anni, era uno dei fisici più brillanti della sua epoca. Figlio di un imprenditore ebreo immigrato in America dall’Assia, sentiva di dover dare il suo contributo per fermare il massacro di innocenti a cui Hitler aveva dato inizio e che minacciava di minare la libertà del mondo. Le truppe dell’Asse dovevano essere fermate.

Questa sua forte convinzione, il suo innato carisma e gli illimitati fondi messi a disposizione dal governo americano gli permisero di riunire sotto la sua guida i più brillanti scienziati del periodo con l’obiettivo di realizzare la più grande arma mai costruita dall’uomo: un ordigno a fissione nucleare.

Nel giro di pochi anni il frutto delle fatiche di tanti menti geniali così magistralmente dirette diede i suoi frutti. Nell’animo di Oppenheimer due sentimenti contrastanti si davano battaglia, rendendo vane le sue, poche, ore di sonno: da un lato vi era l’orgoglio dello scienziato che stava facendo la Storia, che aveva contribuito a creare qualcosa che pochi anni prima era solo ipotizzabile e che avrebbe cambiato le sorti della guerra; dall’altro vi era la disperazione lacerante dell’uomo, pienamente consapevole che aveva messo la Scienza al servizio della Guerra e che questo avrebbe avuto conseguenze spaventose, anche se necessarie.

Il 16 Luglio 1945, la bomba fu testata nel deserto del Nuovo Messico. Il Trinity Test, questo il nome in codice, fu un successo ma, mentre tutti festeggiavano, consapevoli di aver fatto un passo importante verso la conclusione del conflitto, Julius Oppenheimer era prostrato e sconvolto. Con la voce deformata dall’angoscia che gli opprimeva il petto, pronunciò la frase che lo rese celebre nella cultura popolare. Era una citazione da un libro sacro induista, il Bhagavadgītā : “Sono diventato Morte, il distruttore di mondi”.

Il 6 Agosto dello stesso anno, Little Boy, questo il nome in codice della bomba, alle 8,15 del mattino veniva sganciato e fatto esplodere sopra Hiroshima radendola al suolo. Questo avvenimento, unito al bombardamento di Nagasaki di tre giorni più tardi, segnò la fine della guerra.

L’unico commento di Oppenheimer fu quasi una profezia: “I fisici hanno conosciuto il peccato”.

La conclusione delle ostilità e l’annientamento dei nazisti infatti non furono sufficienti a placare la corsa agli armamenti. Bisognava creare un deterrente ancora più potente: un’arma che stabilizzasse gli equilibri e garantisse all’America il ruolo di attore principale sulla scena mondiale. Quell’arma era la bomba a idrogeno.

Fu in quel momento che nella mente di Robert Oppenheimer scattò qualcosa: non poteva più prendere parte a questo asservimento della Scienza alla guerra. La realizzazione della bomba H non avrebbe protetto l’America, ne avrebbe solo sporcato la coscienza.

La sua immagine, già messa in cattiva luce dalle sue prese di posizione, venne definitivamente distrutta dalla fazione scientifica interessata a prendersi la sua rivincita su quel fisico così stravagante. Venne raggiunto da un’inchiesta nel 1954 e subì l’onta di perdere l’accesso ai segreti perché in passato aveva manifestato simpatie comuniste. Soltanto la ribellione della comunità scientifica, guidata da Einstein, gli permise di mantenere la direzione dell’ Institute for Advanced Studies di Princeton.

Il Premio Enrico Fermi, consegnatogli nel 1963 fu una riabilitazione tardiva e inutile: Robert Julius Oppenheimer, l’uomo che aveva guidato l’America alla vittoria sui nazisti e accettato di incontrare l’Inferno per salvaguardare la Pace era già andato oltre ogni riconoscimento che quella comunità scientifica avida e opportunista poteva concedergli.